mercoledì 28 dicembre 2016

THELMA & LOUISE



Arkansas, anni '90. Thelma e Louise sono due amiche inseparabili: la prima, casalinga, ha una burrascosa relazione col marito Darryl che la trascura sempre più ogni giorno che passa mentre la seconda lavora come cameriera in un fast food. Per evadere dalla loro grigia quotidianità le due donne decidono di trascorrere un weekend fuori porta in una una località di montagna, partendo a bordo della scassata Ford Thunderbird di Louise. Durante il tragitto si fermano in un locale country, dove Thelma sotto i fumi dell'alcool riceve le attenzioni di un avventore del posto che, a fine serata, tenta di violentarla. Solo l'intervento dell'amica, pistola alla mano, impedisce lo stupro ma poi, in un impeto di rabbia, dall'arma parte un colpo che uccide l'uomo. Comprendendo come nessuno potrebbe credere alla loro storia, le compari decidono di abbandonare per sempre le loro vite e intraprendono un viaggio verso il Messico, ma le autorità sono già sulle loro tracce.

Fonte: cinema.everyeye.it

giovedì 15 dicembre 2016

IL DIRITTO DI UCCIDERE



Katherine Powell (Helen Mirren), Colonnello dell'esercito britannico di stanza a Eastbury, si prepara a dirigere una delicatissima operazione anti-terrorismo: a Nairobi, infatti, è stato individuato un gruppo di militanti sunniti di Al-Shabaab, e il Colonnello ha finalmente l'occasione di colpire tre fra i più pericolosi ricercati dell'Africa Orientale, riuniti in una safe house assieme a due nuove reclute. Mentre Katherine osserva le immagini provenienti dal Kenya in attesa del momento propizio per agire, in una base militare in Nevada il pilota americano Steve Watts (Aaron Paul) gestisce il controllo di un drone insieme alla giovane Carrie Gershon (Phoebe Fox). A supervisionare la missione è il Generale Frank Benson (Alan Rickman, nella sua ultima interpretazione), in un meeting presieduto dal Ministro inglese Brian Woodale (Jeremy Northam). E nell'arco di qualche ora, lo svilupparsi degli eventi comporterà per tutti la necessità di prendere decisioni estremamente difficili...

Fonte: cinema.everyeye.it

lunedì 5 dicembre 2016

Strangerland



Catherine e Matthew Parker si sono da poco trasferiti con i figli, la quindicenne Lily e il più piccolo Tom, in una remota cittadina nei pressi del deserto australiano. I loro dissapori familiari, le cui cause verranno pian piano a galla, portano però a continui litigi che influiscono anche sui comportamenti dei ragazzi: il bambino è solito girovagare di notte per via di una perenne (e non del tutto naturale) insonnia mentre la primogenita si comporta come una lolita di facili costumi. Dopo una delle escursioni notturne fratello e sorella spariscono però nel nulla, spingendo i genitori a denunciarne la scomparsa alle autorità locali, capitanate dal tormentato detective David Rae che inizialmente, anche per via di un passato burrascoso riguardante la famiglia e risultante dagli archivi, propende per un allontanamento volontario. Ma quando i giorni cominciano a scorrere uno dopo l'altro le possibilità di trovare ancora in vita i consanguinei si fanno sempre più labili.

Fonte: cinema.everyeye.it

lunedì 28 novembre 2016

UN LUPO MANNARO AMERICANO A LONDRA



Gli americani David Kessler e Jack Goodman, amici inseparabili fin dalle scuole elementari, sono in vacanza in Europa: la loro prima tappa è l'Inghilterra del Nord, dove i due ragazzi si trovano a visitare le campagne dello Yorkshire. Una sera giungono ad un isolato pub chiamato l'Agnello Insanguinato e, dopo essere stati malamente accolti dagli avventori del posto, finiscono per perdersi di notte nella brughiera. Proprio qui i turisti vengono aggrediti da un feroce lupo che uccide Jack e ferisce gravemente David, che comunque sopravvive per il provvidenziale intervento della gente locale. Ricoverato in ospedale il giovane riceve le attenzioni della bella infermiera Alex ma è al contempo vittima di inquietanti incubi e di saltuarie apparizioni da parte del cadavere dell'amico deceduto, il quale gli rivela che il morso dell'animale lo ha in realtà mutato in un lupo mannaro e che durante la prima luna piena David si trasformerà nella bestiale creatura. Propenso a credere di essere a vittima di allucinazioni dovute allo shock recente, il ragazzo scoprirà ben presto la verità...

Fonte: cinema.everyeye.it

mercoledì 16 novembre 2016

in the deep



Lisa e Kate sono due affiatatissime sorelle che si trovano in vacanza in Messico soprattutto per dimenticare la recente fine del rapporto della prima con lo storico fidanzato. In una serata di festa le giovani conoscono due coetanei del luogo che le propongono di partecipare il giorno seguente ad un'escursione marina alla ricerca di squali. Nonostante le reticenze di Lisa il viaggio ha comunque inizio a bordo di un'antiquata imbarcazione di proprietà dell'esperto capitano Taylor, sulla quale avrà anche luogo un'immersione a cinque metri di profondità all'interno di una gabbia di metallo per poter osservare da vicino i pescecani. Quando viene il turno delle sorelle tutto sembra inizialmente procedere per il meglio, ma dopo alcuni minuti il cavo di metallo che reggeva la struttura cede e le due malcapitate finiscono per trovarsi sul fondale marino a quasi cinquanta metri di profondità, con l'impossibilità di uscire per il pericolo degli assalti dei predatori e la quantità di ossigeno che si affievolisce col passare dei minuti.

Fonte: cinema.everyeye.it

martedì 1 novembre 2016

Escobar: Paradise Lost



Nick pensa di aver trovato il paradiso quando raggiunge il fratello in Colombia. Una laguna turchese, una spiaggia d'avorio, onde perfette - è un sogno per questo giovane surfista canadese. Poi incontra Maria, una splendida ragazza colombiana. I due si innamorano follemente e tutto va benissimo fino a quando Maria presenta Nick a suo zio: Pablo Escobar.

GENERE: Thriller , Drammatico
ANNO: 2014
REGIA: Andrea Di Stefano
ATTORI: Benicio Del Toro, Josh Hutcherson, Brady Corbet, Claudia Traisac, Carlos Bardem, Ana Girardot
SCENEGGIATURA: Andrea Di Stefano
FOTOGRAFIA: Luis David Sansans
MONTAGGIO: Maryline Monthieux
MUSICHE: Max Richter
PRODUZIONE: Chapter 2
DISTRIBUZIONE: Good Films
PAESE: Francia, Spagna, Belgio
DURATA: 120 Min

Fonte: comingsoon.it 

venerdì 28 ottobre 2016

A dragon arrives



Persia, 1965: una Chevrolet Impala arancione sbarca sull'isola di Qeshm, nel Golfo Persico. A guidarla è il detective Babak Hafizi, giunto sul posto per indagare sul suicidio di un detenuto politico al confino. Dopo aver constatato che  in realtà è stato ucciso, lo fa seppellire nel vecchio cimitero in mezzo al deserto, vicino al relitto di una nave del XVII secolo, e assiste incredulo all'avverarsi delle parole del becchino del luogo: ogni volta che si seppellisce qualcuno in quella terra, si scatena un terremoto. Per risolvere questo e altri misteri, Babak torna sull'isola all'insaputa dei servizi segreti, con un geologo e un ingegnere del suono che lavora nel cinema.
Da una premessa tanto bizzarra prende il via un film affascinante e misterioso come il Manoscritto trovato a Saragozza, in certi punti arcano per lo spettatore non iraniano ma coinvolgente come pochi. Intitolata A Dragon Arrives! in un dichiarato omaggio dell'autore a Bruce Lee, che non ha punti di contatto con la trama, la storia nasce nella mente del regista dalla strana esperienza di un fonico che, dopo essersi inoltrato nelle vecchie grotte nel Sud dell'Iran, cadde in un crepaccio e quando fu ritrovato disse di aver visto una strana creatura nel sottosuolo, che gli aveva insegnato a parlare tedesco (cosa che provò recitando un poema di Holderlin). Mani Haghighi, regista esperto al suo quinto film, mescola leggenda, storia del suo paese, paranoia e realtà in una location di raro fascino, dove ti puoi aspettare veramente di tutto. Forse la parte che noi occidentali cogliamo meno è quella coi riferimenti ai servizi segreti e alla terribile Savak, la polizia segreta iraniana che operava ai tempi dello Scià.
Ma questo non impedisce di godere di un film pieno di sorprese, come quando all'improvviso (e forse in modo un po' incongruo) ci troviamo trasportati in epoca contemporanea all'interno di un (finto) documentario sui fatti a cui fino ad allora abbiamo assistito o vediamo delle scene di The Brick and The Mirror, girato tra il 1964 e il 1968 – quando è amboentata la storia, di cui diventa parte – da Ebrahim Golestan, famoso regista del cinema iraniano, nonno di Haghighi. Tra i lamenti strazianti dei cammelli che ricordano i versi di creature mitologiche, una gigantesca nave forse infestata dagli spiriti dei prigionieri decapitati secoli prima e sepolti in un inquietante cimitero (uno splendido lavoro di scenografia), scavi proibiti e misteri da non portare alla luce, A Dragon Arrives! riesce a conquistarci, imprimendoci nella retina immagini di rara bellezza e nelle orecchie la colonna sonora di Christoph Rezai, una delle più affascinanti e particolari che abbiamo mai sentito, coi suoi ritmi selvaggi e animaleschi (va sottolineato quanto l'estrema attenzione alla musica e al sonoro accomuni i film della rassegna Nuovo Cinema Teheran).
Sono belli anche i personaggi, ben caratterizzati dai loro interpreti: l'interrogatore, l'ambiguo e pericoloso uomo col cappello e le lenti spesse, l'ingegnere del suono hippy, il geologo con le sue strumentazioni artigianali, il detective abbigliato all'americana e tutti i ruoli di contorno, per quanto piccoli. A Dragon Arrives! è uno di quei film il cui fascino risiede proprio nel suo mistero, che non chiede di essere compreso e spiegato ma vissuto e ci rimanda al lato più fiabesco della cultura iraniana, che Haghighi con grande sapienza innesta sul vissuto storico del suo paese, riuscendo a parlare dell'oggi attraverso metafore e racconti di un passato che ormai non può più fare del male a nessuno.

Fonte: comingsoon.it

venerdì 14 ottobre 2016

Tokyo love hotel



Hiroki Ryuichi è un regista giapponse, piuttosto prolifico, che la sua gavetta professionale l'ha fatta nei cosiddetti pinku eiga, popolarissimi film erotici soft-core, poi si è cimentato anche nell'hard e poi ha cominciato a fare cinema per tutti, raccontando storie intime che tratteggiano i rapporti di coppia e sociali nel Giappone di oggi nelle quali, comunque, il sesso fa sempre capolino.
Però non bisogna andare al cinema a vedere Tokyo Love Hotel aspettandosi un film piccantissimo tutto nudi e amplessi. Che ci sono, i nudi (mai integrali, che in Giappone pure il porno vero è censurato) e gli amplessi, ma sono una parte infinitesimale dei tanti eventi che portano il film a essere una sorta di minestrone - lungo, anche troppo, 135 minuti dai ritmi spesso eccessivamente dilatati - nel quale convergono storie e istanze dei tanti personaggi che lo popolano.
Il perno, ovviamente, è il love hotel (sorta di albergo a ore) del titolo, dentro e attorno al quale gravitano le sorti di tutti i personaggi: coppie che si nascondono da anni in attesa che un certo reato passi in prescrizione, escort che stanno per cambiare lavoro, portieri di notte che sognavano i grandi alberghi a cinque stelle, ragazze che si sono date al porno, fidanzate fedifraghe e molto altro ancora.
Da ognuno di questi personaggi e dalle loro storie, Hiroki distilla il tono di un film che non rifiuta affatto la gioia e la risata occasionale, ma che è primariamente intriso di una malincolia profonda: di quella malinconia che deriva dal vedere i propri sogni svaniti, o sempre più lontani, compromessi dalle difficoltà economiche, dalle crisi relazionali, da macroeventi drammatici come quella tragedia di Fukushima le sue conseguenze aleggiano malevole su tutto il film.
Il sesso, allora, come spesso accade, è qui un antidoto alla disperazione, una parentesi di annullamento nella quale perdersi senza pensare a nulla, tantomeno alla propria condizione o alla propria frustrazione. È libero, ma venato di tristezza, sempre o quasi.
E allora ai personaggi di Tokyo Love Hotel la libertà, e la speranza, gli tocca andarsele a cercare da un'altra parte, alla fine. Esplorando un mondo ignoto, e imprevedibile, ma lontano dalle gabbie fisiche delle stanze e dei corridoi ma anche da quelle mentali delle proprie scelte.
Nulla di particolarmente nuovo, né di particolarmente coinvolgente, in un racconto forse troppo faticoso. Ma a Hiroki va riconosciuta una mano leggera in grado di alternare toni e gestire intrecci senza intoppi, e la capacità di trarre il meglio dai suoi attori, tutti scelti ad hoc.

Fonte: comingsoon.it

lunedì 3 ottobre 2016

A Girl Walks Home Alone at Night



Nell'immaginaria città iraniana di Bad City si aggirano strani personaggi: un ragazzo rockettaro che vive col padre tossicodipendente, un violento spacciatore, ladro e magnaccia, una triste prostituta, una ragazza ricca e una giovane che appare d'improvviso nella notte vestita col velo tradizionale ma è tutt'altro che indifesa, visto che è un vampiro. Tra lei e il ragazzo nasce un'inconsapevole attrazione che li unirà in una singolare fuga. Preceduto dai premi vinti in molti festival, da Sitges a Bucarest, da Deauville a Dublino, dopo la presentazione al Sundance del 2014, arriva finalmente anche nelle nostre sale il primo “western vampiresco iraniano”, opera prima dichiaratamente ambiziosa della trentaseienne Ana Lily Amirpour, regista di origini iraniane ma nata a Londra e da sempre vissuta in America.
Questo spiega lo sguardo occidentale su quello che appare come un ritorno alle origini, filtrato attraverso gli occhi di una cinefila cresciuta col cinema indipendente americano. In questo senso A Girl Walks Home Alone at Night - titolo bellissimo lasciato giustamente in originale – è un po' l'intruso tra i quattro della rassegna Nuovo Cinema Teheran, perché è cinema della diaspora, tipico di quelle generazioni di iraniani che non hanno mai conosciuto il paese natio o lo hanno lasciato da molto tempo per vivere e lavorare in Occidente. La Bad City del film, come riconosce la stessa autrice, è il loro mondo, pieno di riferimenti alla pop culture con cui sono cresciuti. Il protagonista è ispirato a James Dean e guida spavaldo – anche se per poco – una Ford Thunderbird e la prostituta malinconica sembra uscita da un film francese.
Unico elemento veramente originale e caratterizzante in senso etnico la storia è la vampira vestita con il lungo chador nero che indossa per cacciare e che non a caso rappresenta la minaccia che richiama questi personaggi senza identità alle loro radici, pericolosa sirena che preda solo tra coloro per i quali non c'è più possibile ritorno in società. A Girl Walks Home Alone at Night è un film dalle atmofere dilatate e rarefatte, quasi oniriche, girato in un bellissimo bianco e nero e in formato anamorfico, con qualche tocco di umorismo e una marea di citazioni. In questo senso è uno di quei film i cui difetti paradossalmente coincidono con i pregi,
Come spesso avviene quando si arriva finalmente all'opera prima, è un pot-pourri di omaggi e suggestioni: Amipour ha fin troppo presente la lezione del primo Jarmusch e del Lynch degli esordi (impossibile non pensare ad Eraserhead) e negli inseguimenti della sua vampira c'è un'eco del Bacio della pantera di Jacques Tourneur. C'è anche una divertente strizzata d'occhio a Ritorno al futuro quando la ragazza vampiro adotta lo skateboard come mezzo di locomozione. E ovviamente il richiamo a Sin City e il bianco e nero da graphic novel sono tutt'altro che casuali, come non lo sono le musiche alla Morricone e l'omaggio al western all'italiana.
Le parti più belle del film sono a nostro avviso quelle in cui la ragazza si rilassa nel suo covo e le sue improvvise apparizioni, che sembrano davvero uscite da un fumetto, tanto che la regista ha deciso dopo il film di dedicargliene uno in forma di prequel. Ottima è anche la colonna sonora scelta dall'autrice, una compilation del miglior rock iraniano. La stoffa insomma sicuramente c'è, ma per capire cosa possa davvero fare Amirpour con questo talento preferiamo aspettare la sua opera seconda e la rivelazione del suo vero e originale stile – che qua si intravvede appena – sperando che con questo debutto abbia reso sufficiente omaggio ai suoi maestri.

Fonte: comingsoon.it

giovedì 22 settembre 2016

SCHOOL OF ROCK



Dewey Finn, musicista povero in canna, riceve il colpo di grazia quando viene cacciato dalla sua band poche settimane prima di un importante competizione tra gruppi rock emergenti. Per racimolare qualche soldo e pagare così l'affitto all'amico di una vita Ned, apprezzato insegnante supplente, decide di sostituirvisi quando riceve un'offerta di lavoro destinata proprio a quest'altro. Spacciatosi per professore ora Finn dovrà gestire una classe di quinta elementare di uno dei più prestigiosi istituti del Paese, senza alcuna conoscenza nelle diverse materie; avendo assistito per caso ad una lezione di musica all'interno della struttura, e notato il potenziale talento di alcuni suoi alunni, l'uomo decide di trasformare l'aula in una vera e propria sale prove, affidando ai più promettenti studenti un ruolo chiave nella nuova band che prende il nome di School of Rock, con l'intento di farla partecipare ad un prossimo contest musicale. Ma il rischio che la verità sulla sua reale identità venga a galla rischia di complicare ben presto le cose...

Fonte: cinema.everyeye.it

mercoledì 14 settembre 2016

Warcraft




Su Azeroth la pace è a repentaglio: tramite un portale magico, gli Orchi stanno invadendo il regno degli umani. Le creature devono colonizzare una nuova terra, dopo aver abbandonato la propria, morente. Il regno di re Llane si appella alla guida del Guardiano Medivh, non senza qualche dubbio, mentre tra gli Orchi, grazie alla mente pensante del guerriero Durotan, serpeggiano dubbi sull'onestà della guida del loro leader Gul'dan. L'uso da ambedue le parti della misteriosa mortale forza magica del Vil spingerà umani e orchi verso un conflitto senza vincitori, oppure c'è speranza che tutti aprano gli occhi?
Anche se i più conoscono la saga videloudica di Warcraft per l'epocale successo del gioco di ruolo online World of Warcraft (2004), le prime tre incarnazioni del marchio fantasy targato Blizzard Entertainment erano giochi di strategia in tempo reale, che avevano radici addirittura nel lontano 1994, tra grossi pixel e computer con Ms-Dos: questo prima che il Windows 95 attaccasse noi nerd tradizionalisti, più o meno come gli Orchi constrinsero Azeroth a ripensare il modo di vedere le cose.
Duncan Jones, in precedenza autore della fantascienza a basso-medio budget diMoon e Source Code, ha accettato, con puro spirito di fan, di adattare per il grande schermo la premessa narrativa del primo capitolo del videogioco, in questo Warcraft - L'inizio, una produzione massiccia da 160 milioni di dollari, scrivendone il copione con Charles Leavitt. Il film è stato accolto negli Usa da giudizi della critica piuttosto severi, controbilanciati da un apprezzamento del pubblico molto più caloroso. Ragionare su costi e reazioni può lasciarci qualcosa, ma prima liberiamoci dalla consuetudine del giudizio. Com'è Warcraft - L'inizio? Vedibile, è poco originale ma intrattiene, imperdibile per i fan, tecnicamente buono. Il proverbiale "così così", insomma, se vi fidate. Vale però la pena integrare questo giudizio con un ragionamento più articolato: chi ne ha voglia mi segua.
Un budget da 160 milioni di dollari è un budget da film-evento. Un evento si costruisce con qualcosa di inaspettato, originale nei contenuti e/o nell'estetica, d'importanza storica per una qualche ragione, con un'attrattiva per una larghissima fetta di pubblico. Il signore degli anelli era un evento perché adattava un classico della letteratura, con uno stile audiovisivo peculiare e per certi versi innovativo, in grado di creare un fenomeno. In alternativa, può essere un evento anche un ritorno. Un evento non si misura solo dalla forza della sua campagna pubblicitaria. Warcraft non può essere un evento, se non per i fan del marchio: gli elementi fantasy, lo stile di ripresa, lo svolgimento della storia, il tipo di effetti visivi, il tono e la recitazione non hanno assolutamente niente di epocale. Ora, non c'è nulla di male in tutto questo, l'abbiamo ripetuto più volte in altre recensioni. Il concetto di b-movie non è a tutti i costi un marchio d'infamia, perché un b-movie come Warcraft porta con sè una sostanzialeumiltà nell'approccio narrativo, una voglia di intrattenere in modo semplice, rilassante, senza troppo preoccuparsi di giustificare ogni eccesso e ogni stereotipo. Problema: il b-movie non va molto d'accordo con i budget stellari e le conseguenti aspettative da evento planetario.
Perché un prodotto come Warcraft si caccia in una brutta situazione: irrita la critica e gli spettatori non-appassionati costretti a guardarlo per dovere o perché attirati dalla pubblicità, esalta gli appassionati del genere o del marchio, tiene sulle spine i capi della major che l'ha finanziato e non sa quale delle due reazioni prevarrà sull'altra. Negli ultimi anni, l'aver spinto il puro intrattenimento di genere verso gli ormai sempre più smodati budget da kolossal sta inflazionando il concetto di "evento", forse perché è il mercato cinematografico in generale ad essere drogato di eventi, essendoci ormai poco spazio in sala per un semplice giro di giostra come potrebbe essere un Warcraft a medio budget. Con menoCGI e più sviluppo dei personaggi, forse (forse, stiamo azzardando) Warcraftsarebbe costato di meno, sarebbe potuto sbocciare come un Pitch Black, avrebbe raggiunto comunque i fan, mentre tutti gli altri vi si sarebbero avvicinati con maggiore serenità. Adesso, se Warcraft dovesse floppare a causa dei troppi soldi spesi, i fan rimarrebbero con una saga interrotta e gli arrabbiati con due ore di vita parcheggiate in quel di Azeroth. Forse il problema è a monte, non a valle, dove Duncan Jones sembra essersi almeno divertito.
Fonte: comingsoon.it

venerdì 2 settembre 2016

Ghostbusters



Abby ed Erin sono una coppia di scrittrici semi sconosciute che decidono di pubblicare un libro sui fantasmi. La loro tesi consiste nell'affermare che questi sono assolutamente reali. Tempo dopo Erin ottiene un prestigioso incarico come docente della Columbia University. Quando il libro sugli spettri, ormai dimenticato, ricompare, diventerà lo zimbello della facoltà e sarà costretta a lasciare il lavoro. 
La sua credibilità è persa ed Erin decide a quel punto di riunirsi ad Abby aprendo una ditta di acchiappafantasmi. Scelta che si rivela vincente: Manhattan è invasa da una nuova ondata di spettri e non ci sarà altro da fare per il team che dargli la caccia.

Fonte: comingsoon.it

mercoledì 31 agosto 2016

Grimsby

Locandina italiana Grimsby - Attenti a quell'altro


Nobby Butcher è un panzone ignorante e fanatico di calcio della periferia proletaria inglese. Ha le basette di Liam Gallagher, nove figli concepiti da non si sa chi, e il mito di suo fratello Sebastian, che non vede da più di vent'anni. Quando gli giunge voce che potrebbe trovarsi tra gli ospiti di un convegno importante, Nobby s'imbuca dentro un mondo che non gli appartiene e sorprende il fratello proprio mentre questi, agente segreto, è in procinto di sventare un attentato. Sebastien sbaglia bersaglio, facendo saltare la copertura, e i due fratelli si ritrovano in fuga, di nuovo uniti nel destino, braccati da un sicario del MI6 e perseguitati dall'infinita - e talvolta provvidenziale- stupidità di Nobby. 
Sasha Baron Cohen torna al cinema con un personaggio in sé e per sé non indimenticabile quanto Borat, che però serve a dovere la cornice in cui si è incastrato. Il contesto "spy" da un lato e quello socialmente disagiato, che pare uscito dagli anni della Thatcher, dall'altro, gli permettono di dividere in due, in maniera ardita, anche il tono del film: riservando il demenziale al primo aspetto e costruendo, per la storia dei due fratelli, un antefatto strappacuore: la sintesi arriverà ultima, in un finale letteralmente scoppiettante che interseca il patto d'amore tra i fratelli con l'apoteosi della linea narrativa legata alle disavventure dell'orifizio anale di Nobby, che punteggia tutto il film. 
Il progetto è meno coerente e meno politicamente irriverente di altri, eccezion fatta per la scelta di mettere un paio di volte al centro del bersaglio Donald Trump, che di questi tempi vale il doppio, ma rimane un caso isolato, che si mescola agli sberleffi tutti inglesi a Daniel Radcliffe e, in fondo, può sembrare facile come sparare sulla Croce Rossa o sul bambino paraplegico israelo-palestinese. Per capirci ancora meglio: Grimsby non è un film che passerà alla storia per le punture della sua satira, né è un vero action movie, nonostante Leterrier e nonostante, probabilmente, la credibilità su questo piano figurasse invece tra le migliori intenzioni: è solo un film che fa ridere moltissimo per motivi stupidissimi. Questo lo rende un film stupido tout court? In parte sì, ma anche quello richiede un'arte (o per lo meno un mestiere) e non ci lamenteremo certo di qualche risata di troppo. A suo modo, poi, Sasha Baron Cohen scherza anche con le istituzioni: quelle tutte domestiche del calcio e di James Bond. 
Le risate provocate sono grasse, come la pancia di Nobby, come il disgusto che provoca la scena degli elefanti: Grimsby è una cosa divertente che non farete mai più.

FONTE: mymovies.it

mercoledì 24 agosto 2016

Le sorelle perfette



Il film racconta la storia di due sorelle ormai lontane da tempo che si ritrovano insieme a mettere in ordine la stanza della propria infanzia prima che i genitori vendano la casa di famiglia. 
Sperando di rivivere passati momenti di gloria, decidono di organizzare un'ultima festa per i propri compagni di scuola, una festa in stile liceo, che si trasforma rapidamente in un momento di sfogo catartico di cui un gruppo di adulti frustrati ha davvero bisogno.

GENERE: Commedia
ANNO: 2016
REGIA: Jason Moore
ATTORI: Tina Fey, Amy Poehler, Maya Rudolph, Ike Barinholtz, John Leguizamo, Dianne Wiest
SCENEGGIATURA: Paula Pell
FOTOGRAFIA: Barry Peterson
MONTAGGIO: Lee Haxall
MUSICHE: Christophe Beck
PRODUZIONE: Little Stranger
DISTRIBUZIONE: Universal Pictures
PAESE: USA
DURATA: 118 Min

Fonte: comingsoon.it

sabato 13 agosto 2016

PETS - VITA DA ANIMALI



Potrebbe non esser stata banale la scelta di trasformare l'originale "The Secret Life of Pets" nel più semplice italiano Pets - Vita da animali, con cui il film di Chris Renaud e Yarrow Cheney arriva nelle nostre sale, dopo un passaggio - in anteprima - per la 73^ Mostra Del Cinema Di Venezia. La scomparsa di quell'aggettivo è indicativa, e sicuramente più 'onesta' di un trailer che ci aveva illuso di poter finalmente scoprire cosa succede nelle nostre case in nostra assenza…

Gatti, uccellini, criceti, conigli e soprattutto cani di ogni tipo sembrano confermare la credenza secondo la quale 'animali da compagnia' e 'padroni' finirebbero per assomigliarsi, ma l'illusione si interrompe rapidamente. E non tanto perché non sia sicuramente incredibile la sequela di avventure che attendono i protagonisti piumati e baffuti del film, quanto piuttosto perché questa finisca per seguire regole e dinamiche di tanti altri film ben più comuni, finendo per rendere del tutto superflua la natura degli eroi in questione.

E così la storia cresce, più di quanto non facciano i protagonisti. Sempre più vari e sorprendenti (serpenti, maiali 'tatuati', iguane, predatori vari, camaleonti, tartarughe, struzzi e gli immancabili alligatori delle fogne di New York) componenti di una ideale 'Suicide Squad' alternativa, dolorosamente condizionata dai propri istinti e da frustrazioni o rancori decisamente umani. Purtroppo ridotti alle macchiette più prevedibili e semplici.

Da cliché sono molte delle caratterizzazioni infatti, oltre alla separazione tra i mondi dell'elite di addomesticati e il sottosuolo ribelle, o la tipizzazione dei newyorkers e brooklyners proprietari (a parte il poco credibile - e professionale - dogsitter responsabile del disastro) e dei crudeli accalappiacani, o la facile ironia - comunque divertente - sulle debolezze dei nostri amici a quattro zampe per palline, lucette, etc…

Un lavoro di sceneggiatura che, 'sfrondando', finisce per ridursi a una lunga corsa di cani (& Co.), durante la quale continua a erodersi quel piccolo capitale di fascino e personalità accumulato - sulla fiducia - grazie a trailer e promozione. Inutile sperticarsi ad inserire citazioni da Dumbo, Grease, persino a A qualcuno piace caldo (apprezzatissima!) e i Minions. Anche se in questo caso la connessione è profonda, per il come sempre esilarante e geniale corto Mower Minions che anticipa la visione e per il fatto di esser realizzato dalla stessa Illumination Entertainment e di avere come produttore esecutivo lo stesso Chris Renaud (già regista dei due Cattivissimo Me e - annunciato - del già annunciato sequel di questo, in sala il 13 luglio 2018)…

Fonte: film.it

martedì 2 agosto 2016

Il drago invisibile



Innegabilmente non sono tempi di film musicali o favolette per un pubblico di preadolescenti, alla Disney lo sapevano bene quando hanno deciso di rimaneggiare tanto l'Elliot classico (e NON 'Classico') del 1977 per trasformarlo nel remake diretto da David Lowery, Il drago invisibile. Personaggi come il Dr. Terminus e Gnocco, macchiette e gag varie e situazioni ridicole sicuramente non si addicono a generazioni abituate ai draghi di Game of Thrones, né a una produzione che punta probabilmente su quella fascinazione (moda?) per portare in sala un prodotto in grado di ammiccare a giovani e meno giovani, ma la perdita di identità e di magia che si registra in questo nuovo capitolo del new deal Disney è notevole.

Le ali rosa del cartoonistico protagonista del film originale lo identificano ancora oggi come un prodotto per una fascia di pubblico troppo bassa forse per ragionare sulla cattiveria dell'essere umano nei confronti della natura e degli animali o per riconoscere come realistico il ruolo di 'comando' di Peter e Grace (di certo piu' dei vari Robert Redford, Bryce Dallas Howard, Wes Bentley e compagnia). Del panciuto e meno imponente drago di allora si è voluta esaltare la vera natura, facendone una creatura libera e meno addomesticata (per quanto l'eccesso di buonismo finale contraddica lo sviluppo precedente e certe scelte visive). Non a caso affiancandogli un 'bambino selvaggio' invece di un semplice orfanello dickensiano. Interessante semmai che il conservare nel racconto la giustificazione della 'necessità' di avere un più o meno tipico amico immaginario.

Uno dei pochi elementi che ritroviamo dell'Elliot del 1977 (insieme alla divertente citazione del maxi starnuto), più della ricostituzione di una parvenza di nucleo familiare intorno al giovanissimo eroe di allora, e di oggi, dove la composizione di un quadretto fin troppo tradizionale avviene senza pathos e in maniera piuttosto fredda. Magari per sottolineare i momenti commoventi legati al drago 'abbandonato' e cercando l'empatia del pubblico su temi ormai classici per il genere, come l'accettazione del diverso e il rispetto per l'altro, quale che sia.

Precetti che sembrano non attecchire fuori dalla sala, e anche sullo schermo, visto che spesso gli stessi bambini finiscono per dimenticare certi spunti encomiabili e seguire la 'way of life' paterna, solo per trovarsi a scegliere se votare Donald o Hillary. Anche per questo la nostalgia di una pedagogia cinematografica - sicuramente datata - emerge nella conferma di una carenza di attenzione per certi piccoli spettatori. A meno che non sia la nostalgia di una epoca nella quale non sembrava si dovesse passare da Alvin a Super 8.

Sarà facile, comunque, innamorarsi di questo enorme paladino dei boschi, di questa espressione della Natura, anche senza farsi conquistare dai rimandi alla buffa simpatia di Shrek o alla drammatica odissea del leggendario Kong o Godzilla. Meno facile, semmai, accettare certe scelte di sceneggiatura - soprattutto nel finale, probabilmente consolatorie - e trovare risposta agli interrogativi che lasciano aperti. Con la certezza, ancora una volta, di essere in balia di un mercato schiavo dell'happy end e che continua ad avere problemi con l'accettazione di una separazione definitiva (sia un addio, un lutto, una rinuncia) o ad essere incapace di inserirla tra gli abituali 'insegnamenti'.

Fonte: film.it

sabato 30 luglio 2016

It Follows



David Robert Mitchell è del 1974, come me. I protagonisti del suo film hanno una ventina d’anni - anno più, anno meno. E It Follows è uno degli horror più calati dentro il suo tempo che si siano visti da diverso tempo a questa parte.
Tanto da essere quasi un film generazionale, con quel friccicorio anni Ottanta che lo pervade, la bellissima colonna sonora di Disasterpeace imbottita di sintetizzatori, le bmx e il feeling carpenteriano che stanno lì a confermarlo, invece che smentirlo.
Ambientato all’inizio di un autunno che sfocerà inevitabilmente in un inverno - non nella più canonica estate - e nella città simbolo della crisi di questi anni - una Detroit tutta suburbia e rovine urbane -, quello di Mitchell è un horror sulle ansie, le paranoie e le incertezze che segnano i nostri giorni e fanno del futuro dei più giovani un campo minato: altro che AIDS e malattie sessualmente trasmissibili.
Basterebbe l’incipit del film, per capirlo: una ragazza esce di casa correndo, scappa da qualcosa che non vediamo, che nessuno tranne lei può vedere; suo padre la segue, la ragazza lo rassicura ma non ci crede nemmeno lei; l’adulto non capisce; la ragazza fugge, è sola, è notte; sa di non avere scampo, fa solo in tempo a chiamare a casa: ti voglio bene, dice al padre, scusami se ogni tanto non lo dimostro.
Sono solo i turbamenti dell’adolescenza? Le irrequietudini che accompagnano l’ingresso all’età adulta? Sono quelle paure che non si riescono a spiegare, quelle  insicurezze che ci rendono insopportabili anche quando non vorremmo? Sì, certo lo sono. Sono quelle, e sono quelle ansie lasciateci in eredità da un mondo che non offre più alcun punto di riferimento solido, tantomeno un qualche appiglio identitario.
Se non lo sanno nemmeno loro, chi sono davvero e chi saranno, i protagonisti di It Follows, che vanno al cinema a vedere Sciarada e nel mentre giocano a chi-vorresti-essere (e lui vorrebbe essere un bambino, guarda un po’), perché dovremmo essere così sicuri noi, e dare un’etichietta meno generica dell’”it” del titolo alla cosa che perseguita Jay, e i suoi amici? Quella cosa senza volto  - anzi, dai mille volti sempre diversi - che la segue con la lentezza che si può permettere qualcosa di inesorabile e di ineluttabile, come la morte, e che si passa col sesso?
Già, il sesso. Facile se si vuole esser pigri parlare allora  di MST, ma qui le cose sono più ampie, sono più complesse, e il sesso è solo un pretesto, che però fa perfettamente scopa col desiderio impellente di trovare una parentesi, una via di fuga dalle mille cose senza nome e senza volto che ci angosciano e ci perseguitano. Il sesso come evasione, più che come contagio: e se è anche quello, basti ricordare che l’orgasmo è una piccola morte. Eros e thanatos.
David Robert Mitchell è uno bravo, e lo aveva già dimostrato abbondantemente con The Myth of the American Sleepover: recuperatelo al più presto. Aveva già dimostrato di saper raccontare (bene) la giovinezza, le incertezze, l’intimità, la sessualità. Qui fa vedere pure di aver studiato, citando il Carpenter più paranoide de La cosa e del Signore del Male, senza mai compromettere uno stile personale caratterizzato da una densità liquida, da una morbidezza acquatica e ipnotica ripresa nelle piscine, nei getti d’acqua e nelle acque lacustri che costellano il film e ne segnano i momenti principali, dall’inizio alla fine. E seducendoti con un eleganza fatta di dettagli piccoli e grandi, creando una tensione (capace di sfociare in spaventi a sorpresa mai da quattro soldi, altro che James Wan) che è quella dello stato di costante smarrimento e di perturbazione esistenziale dei suoi protagonisti.

Fonte: comingsoon.it

lunedì 18 luglio 2016

Tartarughe Ninja 2



Sempre frustrati per dover mantenere un profilo bassissimo, le Tartarughe Ninja Michelangelo, Donatello, Raffaello e Leonardo potranno finalmente uscire allo scoperto: grazie all'aiuto della fedele April (Megan Fox) e del vigilante aspirante detective Casey Jones (Stephen Amell), capiranno che l'evaso Shredder ha unito le sue forze alla misteriosa e repellente entità da un'altra dimensione, Krang. Gli screzi tra i quattro fratelli potrebbero però rallentare il solito salvataggio del mondo, e come se non bastasse i cattivi si avvalgono della forza bruta di Bebop e Rocksteady, due delinquentelli mutati, tanto letali quanto imbecilli...
Con quasi 500 milioni di dollari d'incasso per 125 di costo, il reboot di Tartarughe Ninja del 2014 ha dato ragione alla facile scommessa del Michael Bay produttore, vero autore nell'ombra di queste nuove incarnazioni dei personaggi, creati in origine per i fumetti da Peter Laird e Kevin Eastman oltre trent'anni fa. Per questo secondo capitolo Tartarughe Ninja 2 - Fuori dall'ombra, la regia passa da Jonathan Liebesman a Dave Green, autore dell'inedito in Italia Earth to Echo (2014). L'impostazione, nessuna sorpresa, rimane grossomodo identica. Umorismo adolescenziale, estetica da cinecomic fracassone attuale, le grazie di Megan Fox, screzi passeggeri, sequenze d'azione eccessive ai limiti (mai superati) della parodia.
Ci sembra tuttavia che questo secondo capitolo scorra in modo leggermente più fluido ed efficace: l'aver già rotto il ghiaccio col film precedente consente agli stessi sceneggiatori di lasciarsi alle spalle gli spiegoni e i flashback delle origin story, e di tuffarsi nella goliardìa di gruppo dei quattro pizza-dipendenti. La maggiore quantità e varietà di personaggi, lì dove in altri cinecomic a volte appesantisce il gioco, è di grande aiuto quando come in questo caso il ritmo festaiolo conta di più di una storia forzata, rigida e risaputa. Casey Jones per esempio modifica la dinamica tra April e il precedente coprotagonista (Will Arnett, ancora presente ma caratterizzato diversamente), mentre i cattivi sono tanti e più coreografici: Bebop, Rocksteady e l'orrido Krang sono punk quanto basta, e non si prendono mai troppo sul serio, il che aiuta. A luci riaccese si realizza che ci sono meno battute che nel film precedente, e che l'attenzione è spalmata sui tanti elementi in gioco, con semi piantati per eventuali nuovi capitoli: il capo della polizia interpretato da Laura Linney, lo scienziato pazzo di Tyler Perry e lo stesso fondamentale Casey Jones, il bel giovine Stephen Amell.
Come intrattenimento estivo, in fondo è molto onesto e innocuo, e per lo meno ha l'umiltà di presentarsi solo come un altro giro di giostra.

Fonte: comingsoon.it

martedì 5 luglio 2016

The Legend of Tarzan



Sono passati molti anni da quando l'uomo, una volta conosciuto come Tarzan ha lasciato la giungla africana per tornare ad una vita imborghesita come John Clayton III, Lord Greystoke, con al suo fianco l'amata moglie Jane. Invitato a tornare in Congo per servire da emissario commerciale del Parlamento, ignora di essere una pedina in una convergenza mortale di avidità e vendetta ordita dal capitano belga Leon Rom. Ma coloro che sono dietro il complotto omicida non hanno idea di cosa stanno per scatenare.

Fonte: comingsoon.it

mercoledì 29 giugno 2016

INDEPENDENCE DAY - RIGENERAZIONE



Another sequel Bites the Dust. E stavolta il polverone è direttamente proporzionale a quello alzato nel lungo percorso di avvicinamento a questo Independence Day - Rigenerazione, dalle speculazioni sul ritorno di Will Smith in poi. Il ritorno degli eroi di Independence Day a giusto vent'anni dal precedente capitolo è di nuovo affidato alla regia e alla fantasia di Roland Emmerich, ma le tante firme in fondo allo script (con lui anche Dean Devlin, James A. Woods, Nicholas Wright e James Vanderbilt) non sembrano aver fornito un buon servigio alla causa. Anzi.

Le pecche di questa epica sci-fi iniziano proprio dalla carta, infatti. Da una sceneggiatura che potrebbe aver contato troppo sulla benevolenza e semplicità di un pubblico pronto a ricevere qualsiasi cosa portasse di nuovo gli attori del 1996 a scontrarsi con gli alieni cattivi, allora respinti. La terra ha imparato la lezione ed è ormai un luogo pacificato, senza più guerre e pronto a collaborare a ogni livello, e i lucertoloni corazzati sono prigionieri nell'Area 51, oggi Quartiere Generale governativo. Ma quando si attiva il GPS interstellare qualcosa si rimette in moto…

Certo, il riferimento cui si guardava non era certo Apocalypse Now o Incontri Ravvicinati, ma nella sua semplicità baraccona appare oggi ancora più onesto e apprezzabile. Molto più di questo 'compito obbligato' nel quale troppi elementi sono giustapposti senza davvero un criterio che non sia quello di dare informazioni sparse e clichè in pasto al pubblico. A partire dal video di supporto al racconto, che mostra l'origine dell'odio tra il bello e dannato, insubordinato e nobile Liam Hemsworth e il sempre sorridente eroe annunciato Dylan Dubrow, figlio d'arte del defunto Capitano Steven Hiller, al quale viene chiesto del padre nella prima domanda della conferenza stampa nella Casa Bianca tanto per informarci delle modalità della sua morte.

E le caratterizzazioni dei personaggi non sono da meno. Visto che al fianco dei precedenti troviamo un altro - l'ennesimo nel cinema statunitense moderno - Presidente donna degli Stati Uniti, un primo della classe che rischia di distruggere la base lunare per sottolineare le proprie carenze affettive, un paio di 'donne coraggio' alla Die Hard e persino un Signore della Morte africano appassionato di filologia aliena, oltre ai vari apprezzabili - ma piuttosto impalpabili e dovuti - ritorni di Judd Hirsch, Brent Spiner, Bill Pullman, Jeff Goldblum, Vivica A. Fox (protagonista di una delle scene più fasulle della vicenda) e Charlotte Gainsbourg (quasi fastidiosa nella sua macchietta)

Non manca nemmeno il remake di 'quel' pugno in faccia. Ma il film rialza la testa proprio nel suo ipertrofismo (o coattagine, potremmo dire, tornando al lessico cinematografico più stretto). Come se gli sceneggiatori di Boris avessero sfruttato lo sfruttabile per un'ora e un quarto in attesa di arrivare al Gran Finale, fatto di città devastate, megalopoli volanti e scontri suicidi nel mezzo del deserto. Decisamente la parte più riuscita e divertente dell'intero prodotto. Che minaccia ora di fare il passo più lungo della gamba lanciandosi nello spazio esterno con una trilogia che aveva già smesso di aver senso quando lo stesso Roland Emmerich e la Fox rinunciarono alla realizzazione simultanea di Independence Day 4-Ever: Part I e Part II.

Fonte: film.it

sabato 18 giugno 2016

VENEZIA 73, GUÉDIGUIAN PRESIDENTE DELLA GIURIA DI ORIZZONTI


Il regista francese Robert Guédiguian e l'attore e regista italiano Kim Rossi Stuart, sono stati scelti come Presidenti di due Giurie della 73. Mostra del Cinema di Venezia, rispettivamente per la sezione Orizzonti e per il Premio Venezia Opera Prima "Luigi De Laurentiis" - Leone del Futuro. Presidente della Giuria del Concorso Venezia 73 - come già annunciato - è il regista Sam Mendes.
Il regista Robert Guédiguian può essere considerato il moderno cantore di Marsiglia, la città dove è nato e vissuto e dove si svolge anche La ville est tranquille, presentato a Venezia nel 2000. La filmografia di Guédiguian è una sorta di epopea della sua città, con storie ambientate nel microcosmo del quartiere natio, privilegiando vicende di gente comune.

Attore tra i più importanti del cinema italiano, Kim Rossi Stuart è stato più volte protagonista alla Mostra di Venezia con alcune delle sue più note interpretazioni, tra cui Le chiavi di casa (2004) di Gianni Amelio e Vallanzasca (2010) di Michele Placido. Per Anche libero va bene (2006), suo esordio dietro la macchina da presa, Rossi Stuart è stato premiato con il David di Donatello e il Nastro d'argento come miglior nuovo regista.


La Giuria internazionale della sezione Orizzonti presieduta da Robert Guédiguian, composta da un massimo di 7 personalità, assegnerà - senza possibilità di ex-aequo - i seguenti riconoscimenti: Premio Orizzonti per il miglior film; Premio Orizzonti per la migliore regia; Premio Speciale della Giuria Orizzonti; Premio Orizzonti per la miglior interpretazione maschile o femminile; Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura; Premio Orizzonti per il miglior cortometraggio.

La Giuria internazionale del Premio Venezia Opera Prima "Luigi De Laurentiis" - Leone del Futuro presieduta da Kim Rossi Stuart, composta da un massimo di 5 personalità tra i quali un produttore, assegnerà senza possibilità di ex-aequo un premio di 100.000 dollari messi a disposizione da Filmauro, che saranno suddivisi in parti uguali tra il regista e il produttore, fra tutte le opere prime di lungometraggio presenti nelle diverse sezioni competitive della Mostra (Selezione Ufficiale e Sezioni Autonome e Parallele).

Fonte: mymovies.it

mercoledì 8 giugno 2016

Stallone: "Rocky? Unica cosa giusta della vita"

 

L'attore E Molto critico Silla SUA Esistenza: "Assolo Fallimenti Quasi"

Sylvester Stallone boxe torna alla, interpreterà l'allenatore del figlio di Apollo Creed nel cinema di "Creed-Nato per Combattere". L'attore in un'intervista al Los Angeles Times fa un Bilancio della SUA vita, definendola un Fallimento e salvando solista Una cosa. "Rocky Fatto. Direi Che la mia vita has been Fatta al 96% di Fallimenti, ma se hai Quel 4% giusto, E Tutto cio di cui hai bisogno e L'unica cosa giusta che ho". 


Stallone, Pellicola nel nuovo in Uscita NEGLI STATI UNITI Una multa novembre MA assolo un gennaio Nelle vendita italiane Sara il tecnico del Giovane Adonis Creed (Michael B. Jordan), figlio del Suo ex rivale Apollo Creed. QUANDO il regista Ryan Coogler ha avvicinato Stallone per proporgli Creed, L'attore non era affatto convinto: "Io ero assolutamente contrario - Spiega Stallone - poi il mio agente mi ha Detto:" Per Essere il ragazzo Che ha interpretato Rocky, ti stai comportando da pollo -. ha scherzato l'attore -concludere Rocky - E Molto Predicatorio, e Stato un trampolino di Lancio per il mio modo di Vedere la vita, o di Venire avrei voluto Che la vita Fosse ".


Fonte: lospettacolo.it

sabato 28 maggio 2016

Arrivederci Al Molinaro (Happy Days)



Se ne va a 96 anni il capo del Drive-in, Luogo di ritrovo per Fonzie e compagni

Addio ad Al Molinaro. Muore un 96 anni l'attore ha interpretato Che il Proprietario della tavola calda di Arnold in Happy Days, la celebre serie televisiva americana. Alfred, Vieni epoca Chiamato Dai Ragazzi, Protagonisti della sit-com, è morto nell'ospedale di Glendale, in California, dove era ricoverato per un'infezione alla cistifellea. La notizia della morte di SUA e Stato dal figlio Michael Dati Molinaro. L'attore, di origini italiane (il nonno era di Cosenza), ha interpretato Al Delvecchio, il Proprietario del Drive-in per otto anni, dal 1976 al 1984. Ritiratosi ambrogetta scena televisive all'inizio degli anni novanta Apri la catena di Ristoranti "Big Al" Insieme all'ex collega del Cast Di "Happy Days" Anson Williams (Potsie).

Fonte: lospettacolo

domenica 15 maggio 2016

La grande scommessa



Immaginate che Michael Mann si metta in testa di voler raccontare in un film lacrisi finanziaria del 2008: quella legata ai mutui subprime, che ha portato al fallimento di banche d’affari ritenute inscalfibili, ha creato milioni di disoccupati e una depressione di cui sentiamo le conseguenze ancora oggi. E che ha svelato il volto oscuro del capitalismo finanziario. 
Immaginate, però, che prima di mettersi al lavoro sul film, Mann abbia battuto la testa, abbandonato la tradizionale serietà (magari spettacolare ma pur sempre sobrio), per diventare un buontempone che, magari, non disdegna un consumo massiccio d’erba. 
Ecco, in quel caso il risultato del lavoro del regista sarebbe forse simile a quello che è riuscito ad Adam McKay: uno che viene dal Saturday Night Live e da mille collaborazioni con Will Ferrell, che ha co-sceneggiato Ant-Man, e che questa volta ha cambiato genere centrando un equilibrio difficilissimo tra momenti comici, bizzarrie, drammaticità, e ricostruzione cronachistica e dettagliata degli avvenimenti e dei meccanismi finanziari, dalla verbosità quasi sorkiniana

Basato su un libro del giornalista finanziario Michael Lewis (lo stesso del volume che poi è diventato - guarda caso - Moneyball, e con altri adattamenti cinematografici all’orizzonte), La grande scommessa è un film a suo modo sovversivo: perché racconta nel dettaglio, e con un linguaggio cinematografico hollywoodiano comprensibile a chiunque, le profonde e perverse storture di un sistema capitalistico andato fuori controllo; e perché lo fa con un linguaggio cinematografico che se ne infischia delle regole tradizionali e risente dell’evoluzione recente dei linguaggi audiovisivi. 
La storia, che segue le vicende parallele e incrociate di diversi investitori e gestori di fondi che scommisero sul crollo delle obbligazioni bancarie sui mutui immobiliari, intuendo prima di tutti l’imminenza di una crisi che andò poi ben oltre le loro previsioni, è infatti raccontata attraverso la voce di uno di loro, interpretato da Ryan Gosling. Che però si fa narratore onniscente solo saltuariamente, e non si fa alcun problema ad abbattere la quarta pareteesattamente come fa Frank Underwood in House of Cards, ma con maggiore ironia. 
Nei punti in cui i tecnicismi finanziari rischiano di mandare in bambola lo spettatore, ecco che McKay tira poi fuori dal cilindro dei siparietti esplicativi, il primo dei quali vede protagonista una Margot Robbie che sorseggia champagne in vasca da bagno - tanto per dare l’idea del tono. 
Inaspettatamente, però, gli anarchismi formali di McKay e le leggerezze del film (che ha qualche momento di pura comicità) non sviliscono i suoi contenuti e la loro serietà; perfino la loro drammaticità: al contrario li aiutano e li supportano. Rendono il film meno pamphlet a tema e a scopo indignazione, regandogli un profilo entertainment-oriented che fa penetrare la lama più in profondità: faccio finta d’intrattenerti mentre t’indottrino. 

La fusione dei registri de La grande scommessa si concretizza soprattutto nel personaggio (e nell’interpretazione) di Steve Carell, gestore di un fondo di Wall Street reso a tratti esilarante da un cattivo carattere al limite del patologico, dotato di spessore psicologico grazie a un trauma familiare e rappresentante lo sguardo più sconcertato e critico di fronte alla stupidità e alla fraudolenza delle grandi banche (“Tell me the difference between stupid and illegal and I'll have my wife's brother arrested,” gli dice a un certo punto il banchiere interpretato daGosling
Ancora più che nel precedente Foxcatcher, l’attore divenuto celebre per i ruoli comici conferma la stoffa che gli permette di affrontare senza patemi anche quelli drammatici, rivaleggiando alla pari con un Christian Bale che siamo più avvezzi vedere in parti impegnate. 
Ma mentre nel personaggio di Bale, assieme allo sgomento di fronte alla profondità dell’abisso prevale il disincanto, in quello di Carell - che in partenza viene descritto come un pessimista già consapevole del marcio del mondo in cui lavora - si esprimono la rabbia, la frustrazione, l’incredulità e l’impotenza degli uomini comuni, di chi il film lo guarda e anche la Crisi l’ha vissuta da spettatore. 

“Non me l’aspettavo così.” “E cosa pensavi di trovare?” “Non so, degli adulti.” 
Così si dicono altre due figure di primo piano del film - due ragazzi del Colorado che sognavano di scalare Wall Street, rimasti coinvolti anche loro nel grande gioco che ha portato la Crisi allo scoperto - quando entrano nella sede newyorchese di Lehman Brothers, dopo il fallimento e il licenziamento dei dipendenti. 
Di adulto, nel mondo raccontato da Adam McKay, non c’è proprio nulla. Ci sono ragazzini troppo cresciuti che non conoscono il senso di parole come responsabilità, come morale, come etica. Eterni adolescenti incapaci di comprendere le conseguenze dei loro gesti, resi ciechi dalla prospettiva del guadagno, della BMW serie 7, di un aereo privato, di strip club e ville con piscina destinate a rimanere vuote. E più il regista gioca col cinema, col corrispettivo di quella patina superficiale, più la desolazione di ciò che racconta risulta evidente. 
Per giocare, c’è il cinema. La finanza e l’economia, quelle, dovrebbero essere qualcosa di più serio. Al cinema posso viaggiare nello spazio o perdere il lavoro, e di conseguenze reali non ce ne solo; mentre per ogni gioco di Wall Street, la vita e i lavori di milioni di persone sono a rischio. Qui c’è Brad Pitt in persona a ricordarlo: e che sia Hollywood a doverlo ribadire, continua a essere un paradosso. 

Fonte: comingsoon.it