mercoledì 19 dicembre 2018

IL CASO THOMAS CROWN


Capelli biondi, occhi di ghiaccio, aria da cattivo ragazzo: Steve McQueen è il mattatore de Il caso Thomas Crown, che compie cinquant’anni: usciva negli Stati Uniti il 26 giugno 1968 e in Italia nell'ottobre di quello stesso anno. Il film non è mai stato un vero e proprio cult, ma ha fatto storia per il fascino dei due protagonisti. McQueen nel 1968 rappresentava l’antieroe per eccellenza, irresistibile per ogni donna in cerca di avventure. La sua passione erano le macchine, le folli corse come ne Le 24 ore di Le Mans, che lo hanno fatto diventare il modello di “una vita spericolata”, come cantava Vasco Rossi.

Qui interpreta un ladro gentiluomo ricchissimo, che svaligia banche semplicemente per sfuggire alla noia. È un Arsenio Lupin mai in bolletta, nel tempo libero gioca a polo (lo sport dei re) e sul lavoro si trasforma in uno squalo della finanza. Il poliziotto di Bullit era di là da venire, come la disperata corsa oltre il confine americano di Getaway! o l’evasione dal campo nazista in sella alla mitica Triumph in La grande fuga, o quella via mare di Papillon. In fondo le sue peripezie erano una variazione sul tema dell’eterno inseguito che vince (quasi) sempre la gara, drammatica che sia.

Invece qui l’emergente divo McQueen è un Thomas Crown bello e dannato, pronto a farsi cadere tra le braccia la star del momento Faye Dunaway, vale a dire la Bonnie Parker in Gangster Story, dove faceva coppia con Warren Beatty. Il regista Norman Jewison le fa vestire i panni di una detective al servizio delle assicurazioni, che a qualsiasi costo vogliono recuperare la refurtiva senza mettere mano al portafoglio. Lei non ha mai lasciato un caso irrisolto, è un mastino avvenente che in pochi giorni trova il suo colpevole. Ma non ha fatto i conti con il cuore.

McQueen e Dunaway si studiano da lontano, giocano al gatto e al topo, facendo finta di non conoscersi. Lei è la poliziotta, lui il furfante, e l’attrazione è fatale. La scena della partita a scacchi tra i due è da antologia. In realtà è un gioco erotico, in cui alle mosse del cavallo si sostituiscono gli ammicchi all’avversario, le inquadrature strette sulle labbra carnose e gli sguardi allusivi. McQueen se ne esce con un: “Facciamo un altro gioco”. E il regista lo accontenta.

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martedì 13 novembre 2018

UNA VITA SPERICOLATA


Marco Ponti ci tiene molto a sottolineare i legami di questo film con quello suo di maggior successo, Santa Maradona, per il quale tutto sommato gode ancora di un meritato credito da parte di molti spettatori, che l'avevano l'amato. E a citare lo stesso Vasco Rossi, incontrato è conosciuto in passato, e dal quale deriva il titolo di questa sua nuova prova, Una vita spericolata. Quella cui anelano probabilmente i due protagonisti, non più Stefano Accorsi e Libero De Rienzo (qui in un cameo), ma Lorenzo Richelmy ed Eugenio Franceschini.

Sono loro gli interpreti principali dell'inseguimento con la polizia che fa sostanzialmente di questa commedia un Road Movie piuttosto surreale, divertito e autoironico, però anche confuso e a tratti ben più che sopra le righe che esagera spesso nel chiedere al suo pubblico di sospendere l'incredulità. Tutto sommato un film che non sembra aver saputo far seguire a una grande motivazione di partenza una scrittura e una regia (soprattutto degli attori) sufficienti e una realizzazione parimenti fruttuosa.

Si parla di fattore umano, di "squadra perfetta"… quella composta dai due suddetti con la Matilda De Angelis post Youtopia - una delle maggiori promesse del nostro cinema attualmente, dopo anche l'inclusione tra le Shooting Star dell'ultima Berlinale - che però può far poco più che ingentilire il quadro generale e aiutare il film a tenere desta l'attenzione dello spettatore. Una sorta di 'volevamo essere i Blues Brothers' attraverso l'Italia nel quale non mancano nemmeno gli sconclusionati poliziotti alle calcagna dei criminali per caso e buoni per indole.

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giovedì 11 ottobre 2018

THELMA


Un lago ghiacciato, una casa fuori dal tempo e tutto intorno la natura. La prima inquadratura di Thelma potrebbe trarre in inganno: l’angoscia deve ancora arrivare, e la quiete sembra l’unica padrona della scena. Un padre e una figlia vanno a caccia insieme, camminano in mezzo alla neve, fino a quando incontrano un cervo. L’uomo alza il fucile e si prepara a uccidere l’animale, ma all’ultimo mira alla testa della bambina. È l’inizio dell’incubo, metafora di uno scontro generazionale tra genitori e giovani, adolescenti e società.

Thelma ha poteri paranormali, può spezzare una vita solo con il pensiero, come se fossimo in una sorta di Carrie – Lo sguardo di Satana in stile norvegese. Lei è schiacciata da una famiglia eccessivamente religiosa, che non le permette di esprimere se stessa. Non può neanche bere una birra con gli amici, perché le hanno insegnato che è peccato. Nelle sue “crisi” immagina di non poter respirare, di affogare in una piscina da cui non può uscire. Dentro Thelma convivono il bene e il male, come in ogni essere umano, ma è il senso di ribellione a muoverla, a spingerla verso un’incontrollabile sete di violenza.

La società opprime chi insegue i propri sogni, e invita ad abbandonare le ambizioni invece di seguirle. La paura arriva dalla solitudine, dal non avere amici, dal sentirsi continuamente esclusi. Quella di Thelma è una vendetta muta, un istinto che non riesce a dominare. Un demone abita dentro di lei, si alimenta con i suoi desideri più oscuri, con le passioni nascoste, come quella per una sua compagna di università. I benpensanti non le permettono di condividere il letto con una donna, così scatena l’inferno. Il regista Joachim Trier strizza l’occhio a Brian De Palma, ma evita ogni vena splatter. Il sangue non si vede, i colori sono spenti, e la sofferenza fisica si fonde con quella interiore. I ritmi sono lenti, e i brividi arrivano attraverso i tremori delle mani e le luci a intermittenza. I segreti scatenano le tempeste, le furie omicide, ma forse all’orizzonte esiste ancora un barlume di speranza.

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martedì 4 settembre 2018

LUKE CAGE

Luke Cage

È successo qualcosa dopo Iron Fist. Fino a quel punto, le serie Marvel distribuite da Netflix avevano rappresentato l'eccellenza delle serie sui supereroi, grazie al perfetto matrimonio tra superpoteri e realismo urbano. Le prime stagioni di Daredevil e Jessica Jones erano state lodate unanimemente dalla critica e, nonostante un timido calo nella seconda stagione di Daredevil, le cose sembravano indirizzate per la strada giusta. La prima stagione di Luke Cage, con il suo tono da blaxploitation anni '70, aveva confermato il trend positivo.

 
Poi Iron Fist ha sbagliato completamente mira, incapace di lasciarsi alle spalle un modello troppo stretto, quello stesso realismo che aveva fatto la fortuna delle prime tre serie e che mal si sposava con storie di città leggendarie e arti marziali magiche. La capacità della Marvel di unire toni e generi apparentemente distanti in un universo coeso sembrava non essere transitata sul piccolo schermo. The Defenders è stata una deludente conferma di questo.

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martedì 14 agosto 2018

PAPILLON


Ha il sapore di un'occasione sprecata il Papillon di Michael Noer, remake del cult del 1973diretto da Franklin Schaffner con Steve McQueen e Dustin Hoffman nei ruoli principali. Quelli intorno ai quali ruota la storia vera di Henri Charrière, detto appunto Papillon, basata sulla sua autobiografia datata 1969. Una storia eccezionale, di prigionia e resistenza, di umanità e soprusi, alla quale sarebbe stato obiettivamente difficile aggiungere pathos o carattere, soprattutto dopo la trasposizione cinematografica di 45 anni fa.

Un'operazione che già in partenza aveva sollevato qualche perplessità, e un crescendo di dubbi… Sin dalle prime voci apparse nel 2008 (quando il budget del film avrebbe dovuto sfiorare i 90 milioni di dollari) fino alla luce verde arrivata con la conferma degli interpreti: Charlie Hunnam e Rami Malek. Senza scomodare paragoni troppo illustri o mettersi a fare la conta del carisma mancante, sorprende la scelta di voler puntare su una marcata mimesi formale di immagini e protagonisti che furono.

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venerdì 6 luglio 2018

211 – RAPINA IN CORSO

211 - Rapina in corso

Nicolas Cage, in questi ultimi anni, è diventato un meme. Nel senso vero del termine: la sua faccia, estrapolata da una scena del film Stress da vampiro, è diventata una presenza fissa sui social come risposta sarcastica a un'affermazione ovvia. La recitazione sopra le righe dell'attore è da “incolpare” per questa strana evoluzione della sua figura pubblica. I debiti col fisco, se ascoltiamo le malelingue, sono invece da incolpare per la sua scelta di interpretare quanti più ruoli possibili. Tra questi ci sono indubbie chicche che ci ricordano come il nipote di Coppola sia un attore a tutti gli effetti. Dall'altra parte ci sono i film in cui Cage recita costantemente con lo sguardo a palla, cavalcando la sua fama di pazzo senza particolare sforzo o trasporto. In mezzo ci sono film come 211 – Rapina in corso, che stanno, appunto... nel mezzo.


Il film di York Alec Shackleton sembra un prodotto DTV, cioè direct-to-video, quei film che, in America, si producono esclusivamente per il mercato home video (una volta per i DVD, oggi per l'on demand). DTV può voler dire molte cose: si passa dai sequel di film d'azione di successo con cast completamente diversi (o incentrati su personaggi minori degli originali) ad action troppo timidi o generici per funzionare in sala. Purtroppo, 211, che pure è uscito al cinema, ricade proprio in quest'ultima categoria.

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domenica 6 maggio 2018

ORE 15:17 - ATTACCO AL TRENO


Spencer Stone, Alek Skarlatos e Anthony Sadler s'incontrano la prima volta dal preside, sulla panchina dell'anticamera, in attesa di un rimprovero. Saranno ancora insieme molti anni dopo, a Parigi, davanti al Presidente della Repubblica, per ricevere la legione d'onore. In mezzo c'è un'amicizia lunga una vita, la scelta di arruolarsi (per due su tre di loro), un viaggio estivo in Europa e un treno, il Thalis delle 15:17 da Amsterdam a Parigi, che cambierà le loro vite e quelle di molte altre persone.
Lo fa basandosi sulle loro memorie, affidate ad un libro, e scegliendo una strada molto poco frequentata, specie in questo genere, chiedendo ai veri protagonisti di interpretare loro stessi. 
E si potrebbe facilmente crederli tre attori consumati, nonostante un doppiaggio non impeccabile, se non fosse che l'eccesso di realismo pesa, in altri modi e altri momenti. 
Costruito in maniera affine ad American Sniper15:17 Attacco al treno avrebbe potuto diventare l'altra parte del dittico, il suo Lettere da Iwo Jima (non a caso citato tra i manifesti di film di guerra in casa di Spencer adolescente): da un lato il cecchino leggendario, che abbatte il nemico con numeri a tre cifre, dall'altro la schiappa, che però avverte la stessa predestinazione, e finisce a tu per tu con un unico avversario, che ne nasconde cento. Il discorso dei superiori durante l'addestramento è un'evidenza immediata di questa specularità: esaltato, offensivo e spietato, in American Sniper, uguale per premesse e contenuti ma ribaltato nel tono, in quest'ultimo caso. 

Ma il parallelo s'inceppa, e così Attacco al treno. Dopo una parte preparatoria che ci tiene incollati nonostante qualche clichés (il grande cinema americano sguazza nei clichés, li vuole e li usa, non è certo un problema), con lo sbarco in Europa cominciano i guai. Il giuramento realista porta con sé decine di selfie dei californiani in vacanza, con stick e senza stick, interminabili sequenze dentro una gelateria veneziana e in una discoteca di Amsterdam, durante le quali il film rischia sorprendentemente di perdere il polso, e la stessa sequenza clou, quella del combattimento nel treno, girata in quell'ottica sembra possedere un difetto visivo (qualcosa di simile alla mancata percezione della profondità di cui soffre il soldato Stone). È indubbia la presenza di un'interrogazione di Eastwood sul mezzo, ma è una riflessione che non ha ancora trovato la messa a fuoco e mina la stabilità emotiva del film. Indubbio anche che Eastwood sia uno dei più grandi autori di cinema del nostro tempo e che questo film non gli tolga nulla, giusto una stelletta.
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martedì 24 aprile 2018

DIRTY MONEY


Serie antologica di documentari "investigativi", Dirty Money è prodotta tra gli altri da Alex Gibney, che è anche autore in prima persona dell'episodio intitolato Hard Nox, dove rivela nuovi dettagli sullo scandalo che aveva investito Volkswagen nel 2015, quando erano state truccate le emissioni inquinanti di alcune vetture diesel. Queste auto apparivano a norma durante le fasi di controllo, ma in realtà inquinavano fino a quaranta volte oltre il limite consentito negli States in situazioni di guida reale. Il tutto per risparmiare su un pezzo del valore di circa cinquecento sterline.
Alex Gibney è un documentarista attivo fin dal 1980, la cui fama esplode però nel 2005 con Enron - L'economia della truffa, cui fanno seguito altri lavori importanti quali Taxi to the Dark Side sulle torture praticate dall'antiterrorismo americano durante la guerra in Afghanistan, Mea Maxima Culpa: Silenzio nella casa di Dio sulla pedofilia nella Chiesa cattolica e Going Clear: Scientology e la prigione della fede.
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domenica 8 aprile 2018

EVERYTHING SUCKS


C'era una volta un mondo in cui per connettersi a internet era necessario aspettare qualche minuto. Attimi di paziente attesa trascorsi nell'ascolto della contrazione di intere nebulose di dati, elaborate faticosamente da modem installati su sistema operativo Windows 95. Un mondo senza smartphone, senza tablet, senza talent in tv. La musica pop era quella delle instant band - Take That e Spice Girl a contrastare il fenomeno Britney Spears - e non c'erano le visualizzazioni di YouTube a decidere chi avesse la meglio nello scontro fra titani Oasis vs Blur.
Li ricorda il cinema, con sequel o remake di film che segnarono il decennio (ItJurassic ParkTrainspotting), ci riflette la letteratura (Notti magiche: atlante sentimentale degli anni Novanta di Enrico Buonanno e Luca Mastrantonio), la tv generalista (Novanta Special), la fiction italiana (19921993), ci tornano i maestri (Twin Peaks - Il Ritorno), ci cascano i videogiochi (le edizioni speciali di Monkey Island) e i cartoni animati (Duck Tales). E a coronare il grande ritorno del decennio dello Swatch, del cd e del modem arriva anche Netflix, che - dopo aver restituito luci e ombre degli anni Ottanta con serie come Stranger Things o Dark - dal 16 febbraio aziona la macchina del tempo per riportarci nel 1996, con le dieci puntate di Everything Sucks!.
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venerdì 23 marzo 2018

CINQUANTA SFUMATURE DI ROSSO


Anastasia e il suo principe, Christian Grey, convolano a nozze, e in un attimo, con un colpo di bacchetta, i discorsi tra loro si adeguano alla nuova situazione: lui non ha piacere che lei prenda il sole in topless, inoltre preferirebbe che cambiasse il suo cognome nell'indirizzo email del lavoro, da Steele in Grey, e che rientrasse a casa alla sera senza tergiversare per i fatti suoi. L'argomento figli, poi, meglio lasciarlo per il futuro, perché la sola idea lo fa sbiancare, nonostante in giro si dica che non abbia paura di nulla.
"Tutto" quel misbehaviour, quel fare la birichina, provocando il suo uomo nei suoi vari talloni d'Achille, serve solo e soltanto a "meritare" all'eroina del film un pretesto per l'ingresso nella stanza rossa e a far felici entrambi, ristabilendo per vie orizzontali la stabilità verticale dell'unione, come avviene tutti i santi i giorni da ogni parte del globo. 

Il terzo e ultimo capitolo della saga però, a suo modo, fa un passetto avanti: se, da un lato, infatti, l'inossidabile fedeltà di Anastasia alla religione del dialogo per appianare i dissapori fa di molte scene di questo film uno strumento da manuale di terapia di coppia, dall'altro lato, la sceneggiatura si svincola da qualsiasi necessità di giustificazione e le scene di sesso sbucano a intervalli regolari e irrazionali, come da prassi del soft porn. L'unico elemento che non trova spazio, in questo curioso ma tutto sommato comprensibile e umanissimo equilibrio, è quello del thriller: retaggio di un copricostume narrativo che non si ha avuto il coraggio di abbandonare del tutto, la linea che ripesca l'ex datore di lavoro di lei, invidioso di lui (come testimoniano gli occhi iniettati di sangue...) e per questo rapitore da strapazzo, è ridicola e perennemente uguale a se stessa. Serve giusto a fornire l'assist a Dakota Johnson per la battuta del film: "Leghiamolo!", dice una guardia del corpo. "Non ho niente", risponde affranta la collega. "Noi sì", rassicura tutti la protagonista. 
Però qualcosa è andato "sfumando", dal primo capitolo all'ultimo, ed è proprio l'erotismo. Il sadomasochismo non ha più spazio, nella red room ci si va a dormire da soli dopo aver litigato, il sesso è canonico, rapido, un siparietto nemmeno portato a termine, nell'infinta sequela di canzonette del film. Il finale suggerisce un ritorno alla origini, ma è troppo dettato, un'altra pagina di manuale.
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lunedì 5 marzo 2018

Blackpanther


Il Wakanda, nazione dell'Africa centro-Orientale, si nasconde agli occhi del mondo. In apparenza Paese povero di risorse e speranze, nei fatti il più tecnologicamente avanzato del mondo, grazie alla presenza del vibranio, minerale alieno dalle inimmaginabili potenzialità. Quando T'challa sale sul trono, divenendo così la nuova Pantera Nera che protegge il proprio popolo, intende preservare la tradizione, ma un ritorno inatteso a Wakanda lo obbligherà a rivedere i propri piani. 
Dopo il discusso caso di Wonder Woman a casa DC, è la volta di Black Panther, trasposizione su grande schermo delle avventure del più famoso e iconico supereroe di pelle nera.
Il lavoro scenografico di ricostruzione digitale è mirabile in questo senso, al pari di quello sui costumi e sulle caratterizzazioni di donne e uomini guerrieri. La fotografia di Rachel Morrison riesce a far rivivere i colori, i suoni, la rabbia e la natura selvaggia dell'Africa senza scivolare in pregiudizi da uomo bianco o da "colonizzatore", come i wakandiani apostrofano, i caucasici. 

Oltre al lavoro su costumi e scenografia, straordinaria è la colonna sonora, e Black Panther si candida dichiaratamente a status symbol in fatto di tendenze, alla stregua di quel che Hair fu per la moda hippie o Shaft per la blaxploitation. A deludere invece, sono gli effetti speciali, e la post-produzione in cgi non sembra godere delle delizie tecnologiche del vibranio. Le scene di battaglia, sempre più diffuse verso l'epilogo, sono prigioniere di un'estetica da cartoon indegna di un'operazione di questa portata.
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giovedì 22 febbraio 2018

SAN VALENTINO STORIES


Un cattolico praticante si innamora di una buddista convinta e non sa come superare evidenti divergenze religiose e culturali. Un minorenne frequenta un corso di pasticceria in carcere e scopre che dietro le sbarre può nascondersi l'amore. Due amici di lunga data festeggiano un San Valentino atipico, pensando alle fidanzate che li hanno appena lasciati e a una figlia in arrivo dall'Africa che un giorno suona alla loro porta.
Una commedia suddivisa in tre episodi il cui fil rouge è l'amore, inteso in diverse forme e sfumature, raccontato in chiave comica e ambientato nei più suggestivi scorci napoletani.
Il primo, dal sapore incantato e ironico ad un tempo, 'Per amore di Dio' è firmato da Antonio Guerriero e ruota intorno agli inconvenienti di una relazione che parte con il piede sbagliato: lei pratica il buddismo, lui prova a nasconderle di essere un cattolico convinto. L'happy end è letteralmente dietro l'angolo - specie a Marechiaro - e il nome di una futura figlia "Atea" è uno degli espedienti facili, a tratti facilissimi, che provano a strappare un sorriso.
Di ben altro tono il secondo episodio, 'L'isola di cioccolato', che ricorda a tratti scenari a cui certe serie tv ci hanno abituate (difficile non pensare a Gomorra), ma Emanuele Palmanara sceglie due interpreti magnetici per raccontare un sentimento che esplode in un istituto penale tra una torta di cioccolato e l'altra. A significare, qualora ce ne fosse bisogno, che l'amore è tutto ciò che sa valicare barriere e inferriate, e donare attimi di incanto là dove non è in alcun modo previsto.
La terza e ultima parte spetta a Gennaro Scarpato, che in 'Carichi di meraviglia' schiera Gigi e Ross nei panni di due guide turistiche appena mollati dalle fidanzate. Conosceranno la bella Aregash, venuta in Italia proprio per trovare i suoi genitori adottivi. Il mood è lo stesso: ironia, leggerezza e una sterzata di profondità nei temi affrontati.
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sabato 17 febbraio 2018

A casa tutti bene


Pietro e Alba festeggiano cinquant'anni d'amore. Dal loro matrimonio sono nati Carlo, Sara e Paolo, imbarcati con coniuge, prole, zie e cugine per un'isola del Sud. In quel luogo ameno, in cui Pietro e Alba hanno speso il loro tempo più bello, si riunisce una famiglia sull'orlo di una crisi di nervi. Carlo, separato da Elettra, è vessato da Ginevra, la nuova e insopportabile consorte, Sara, sposata con Diego, cerca di recuperare un matrimonio alla deriva, Paolo, cacciato dalla moglie e disprezzato dal figlio a causa di un tradimento, gira a vuoto e finisce a letto con la cugina. E poi c'è Riccardo che aspetta un figlio da Luana ed elemosina una (seconda) chance allo zio Pietro, Elettra che prova a fare fronte alla gelosia di Ginevra e Isabella, moglie annoiata di un marito troppo lontano che tradisce con Paolo. Il mare grosso e un temporale improvviso, impediscono le partenze dei traghetti e costringono gli invitati a prolungare soggiorno, convivenza e agonia. Satelliti nevrotici intorno agli 'sposi' provano a passare una nottata che non passa e non passerà.
A casa tutti bene, a dispetto del titolo evidentemente ironico, è una commedia "che sta male". Stanno male i suoi personaggi, tutti piccoli piccoli e alle prese coi contrasti e i conflitti (mai risolti se non a colpi di sceneggiatura) dei capitoli precedenti (L'ultimo bacio e Baciami ancora). Muovendosi con flusso ondivago dall'uno all'altro, A casa tutti bene comincia con la voce fuori campo di Stefano Accorsi, decano del genere, che sembra voler focalizzare la vicenda da un punto di vista soggettivo, ma poi la voce si perde nell'isteria collettiva, torna per un istante col timbro di Pierfrancesco Favino, per poi scomparire definitivamente, dichiarando la difficoltà a trovare un punto di vista. Sulla vicenda narrata, sui suoi personaggi.

Lo sguardo dell'autore va e viene, fugge e ritorna, tradisce e si pente alla maniera dei suoi protagonisti e coerente con quel nomadismo sentimentaleche è da sempre la sua cifra e che da sempre li riguarda. Ma poi qualcosa accade, qualcosa di inaspettato e inaspettatamente sorprendente. Quella che sembrava l'ultima ed ennesima versione della sindrome di Peter Pan infila la deriva e traghetta le sue anime oltre la linea d'ombra. A questo giro di giostra i baci sono amari e conducono all'appuntamento con le scelte irreversibili della vita. A questo giro, ancora, non ci sono effetti di campo o di copione a blandire, soccorrere e assolvere i personaggi. Condotti al loro punto di rottura, con modalità diverse e appropriate al registro degli attori in campo, i protagonisti dovranno (finalmente) fare delle scelte, confrontarsi (senza sconti) con la propria narcisistica immaturità. Niente famiglie ricompattate al capezzale di un padre malato (Ricordati di me) o di un figlio in arrivo (L'ultimo bacio).

lunedì 22 gennaio 2018

KEEP WATCHING


Il lungometraggio, in arrivo nei cinema a Halloween, racconta la storia di una famiglia alle prese con un terribile gioco.

Ha debuttato nei cinema americani il 31 ottobre, in occasione di Halloween, il film horror Keep Watching.
Il progetto è stato diretto dal regista Sean Carter, mentre la sceneggiatura è stata firmata da Joseph Dembner.
Fanno parte del cast Bella Thorne, Natalie Martinez, Chandler Riggs, Leigh Wannell e Ioan Gruffudd.

La storia racconta quello che accade a una famiglia che viene imprigionata nella propria casa e obbligata a partecipare a un terrificante gioco, trasmesso in diretta streaming in tutto il mondo.

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martedì 9 gennaio 2018

THOR


L'attore Chris Hemsworth, ospite dello show Jimmy Kimmel Live!, ha presentato una clip tratta dal film Thor: Ragnarok in cui il regista Taika Waititi interpreta il personaggio chiamato Korg.
Il breve filmato mostra in anteprima un divertente dialogo dedicato a Thor e al suo famoso martello.

In questo capitolo della storia, Thor è imprigionato dall'altro lato dell'universo senza il suo potente martello e deve lottare contro il tempo per tornare ad Asgard e fermare il Ragnarok - la distruzione del suo mondo e la fine della civiltà asgardiana - per mano di una nuova e onnipotente minaccia, la spietata Hela. Ma prima dovrà sopravvivere a un letale scontro fra gladiatori che lo metterà contro il suo vecchio alleato e compagno nel team degli Avengers: l'Incredibile Hulk. 
Fanno parte del cast Tom Hiddleston (Loki), Mark Ruffalo (Hulk), Idris Elba (Heimdall), Sir Anthony Hopkins (Odin), Cate Blanchett (Hela), Jeff Goldblum (Grandmaster), Tessa Thompson (Valkyrie), Karl Urban (Skurge), Sam Neill, Jeff Goldblum e Benedict Cumberbatch.

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