giovedì 27 aprile 2017

Muck



L’idea di piazzare un branco di selvaggi assassini tra le paludi di Cape Cod, Massachusetts, suona, per quanto strampalata, non certo priva di un suo originale richiamo per i fan del cinema horror – e in modo particolare dello “slasher” –, ma finisce per soccombere, soffocata da una collezione di dialoghi idioti, da un gruppo di personaggi costruiti sulla carta come dementi nella meno offensiva delle considerazioni, e dalle situazioni assolutamente incoerenti che la sceneggiatura dell’esordiente regista Steve Wolsh (già intento a sfornare un Muck: Chapter 1) raccoglie in una sorta di memorandum goliardico di livello così infimo da poterlo paragonare con difficoltà perfino agli ultimi lavori di Ed Wood o del nostrano Renato Polselli. Se l’aspetto ludico dell’intera operazione offre un minimo alibi alle sgangherate vicende narrate, altrettanto non si può dire della pochezza tecnica con cui il film è realizzato. Oltre alle consuete riprese tremolanti – oramai un profondo fastidio, anche fisico –, vi sono mancanze concettuali tipo l’inserimento, all’interno di una sequenza di tensione – l’assalto di un’auto, in cui si alternano ai primi piani di un’ascia che sfonda il parabrezza, quelli delle reazioni degli occupanti – di un gratuita e assolutamente inopportuna inquadratura delle tette di una protagonista, ballonzolanti come budini all’impeto dei colpi, con un effetto farsesco (ideale, per dire, in un film del trio ZAZ) che fuga ogni ombra di “suspense”.


E, d’altro canto, la trama centrale di Muck – un gruppo di ragazzi inseguito da  misteriose creature umanoidi che hanno tanto l’aspetto di selvaggi quanto le pupille appannate dei morti viventi – tende spessissimo a concedere dissennate “entr’acte” in cui le attrici hanno l’opportunità di esibire le loro nudità, spesso avulse dal racconto in modo anche irritante – uno dei giovani, andato a chiamare soccorsi, torna di corsa e preoccupato dai suoi amici, salvo fermarsi per alcuni minuti a spiare una tizia che sta scegliendo cosa indossare (!). E così, l’arrivo del (non) finale è accolto con grande sollievo. Già, poiché senza nemmeno l’idea di un epilogo aperto, come nei più modesti “serial”, il film pianta lì i due sopravvissuti e gli sventurati spettatori tra le marcite nebbiose di Cape Cod, e tanti saluti.


Lo sconcertante “script” non aiuta nemmeno gli interpreti, per lo più di modesta caratura, con l’eccezione di Puja Mohindra (nota ballerina, apparsa anche nel drammatico Silhouettes, 2015, di Gustavo Bernal-Mancheno) che si dimostra abile fornendo credibilità alle balordaggini che le impone il personaggio. L’assurdità delle situazioni non dà tregua un attimo: perché mai, ad esempio, nel cuore della notte, una delle ragazze è costretta a congelarsi in reggiseno, mutandine e stivali?; e l’improponibilità dei dialoghi sefue di conseguenza: basti pensare allo scontro verbale dei due cugini protagonisti, Troist e Noah. Al di là di una partenza che immette già nel cuore della vicenda, si salva solo il peculiare – e tutto sommato efficace – “look” dei misteriosi assalitori, ideato dall’effettista Ben Bornstein (un lungo apprendistato con diverse case del settore, prima di iniziare lavori in proprio come questo e Chimera, 2017 di Maurice Haeems). Per il resto è decisamente una produzione nulla, in cui dispiace vedere coinvolto un nome importante del genere come quello di Kane Hodder (Jason in tre episodi di Friday the 13th / Venerdì 13 e tra i protagonisti della “franchise” Hatchet).


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giovedì 13 aprile 2017

Split



È il caso di dirlo: bentornato M. Night Shyamalan! Non che il regista de Il Sesto Senso e The Village abbia mai abbandonato la scena, ma alcuni tra i suoi recenti lavori non hanno forse accontentato in maniera omogenea critica e pubblico, come nei casi dei due titoli citati. L’ultima opera firmata Shyamalan s’intitolava The Visit, una produzione Jason Blum che, nel rispetto del marchio di fabbrica del brivido, è stata sviluppata sotto forma low budget e seguendo gli stilemi di casa Blumhouse: riprese in stile amatoriale, pochi interpreti (e sconosciuti), qualche spauracchio sparso quà e là e il risultato è un film clone (del clone del clone) di quell’ormai celebre The Blair Witch Project. Ma pagato lo scotto di scelte azzardate, l’autore e regista indiano torna sul mercato con una nuova produzione Blumhouse/Blinding Edge Pictures: SPLIT. Non temete. Dimenticate ciò che è stato e preparatevi ad assistere a un film straordinariamente folle. Kevin (James McAvoy) ha rivelato alla sua psichiatra, la dottoressa Fletcher (Betty Buckley), 23 personalità. Ma una, la più terribile, è ancora nascosta, in attesa di materializzarsi e dominare su tutte le altre. Dopo aver rapito tre adolescenti guidate da Casey (Anya Taylor-Joy, The Witch), ragazza molto attenta ed ostinata, ha inizio una lotta all’utlimo sangue per la sopravvivenza, sia nella mente di Kevin che intorno a lui, mentre le barriere delle sue varie personalità cominciano a distruggersi e far spazio alla Bestia.

Un budget consistente e un cast di elevatissimo livello (James McAvoy, Betty Buckley, Anya Taylor-Joy), messi al servizio di una sceneggiatura, scritta dallo stesso Shyamalan, a dir poco ottima permettono al cineasta indiano di fare il suo ritorno sulle scene in grande stile. Il film è un thriller psicologico a tinte cupe, con fugaci rimandi all’horror, che gioca su un costante ed equilibrato cambio di personalità che consente sia a McAvoy di mettere a dura prova le sue capacità attoriali, sia al pubblico di restare estasiato da una messinscena tanto schizzoide quanto assolutamente lucida: sembra di essere su un treno in corsa guidato da un uomo, tanto pazzo quanto “speciale”, che, manovrando con astuzia le diverse direzioni, ci lascia captare la tensione e il senso di disorientamento percorrendo 23 diversi binari prima di sfrecciare su quello che ci condurrà al capolinea, l’omicidio. Quasi totalmente girato in interni, SPLIT è un film che, in un modo del tutto originale e con sapiente utilizzo di alcuni cliché, recupera i temi centrali del cinema di Shyamalan: l’attenzione per il diverso, l’esplorazione del lato più profondo dell’animo umano, persino il concetto di bestialità.

Il film, caratterizzato da una forte presenza di humor nero misto a efferatezza, e alla magistrale interpretazione di McAvoy, coadiuvato sul set dalla già nota Taylor-Joy, si mostra come un lavoro in cui nessuno, vittima o carnefice, ha la meglio sull’altro. Ancor meno ciò avviene nella persona di Kevin. SPLIT può essere definito un orrore mentale, perché questo è ciò che Shyamalan vuole mostrarci: sin dove l’essere umano può essere capace di spingersi. E lo fa con maestria e originalità.

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mercoledì 5 aprile 2017

La La Land



“Retromania”. È il termine che il critico musicale Simon Reynolds ha coniato nel libro omonimo (edito da ISBN) per definire l’ossessione per il passato che la cultura popolare cova da almeno 15 anni, tra nostalgie e voglia di ricostruire forme artistiche e stili degli anni d’oro. E il cinema, tra revival e ricostruzioni più o meno filologiche, da Tarantino in giù, è in prima linea in questo senso.
Ma Damien Chazelle ha voluto scegliere un’altra strada per realizzare La La Land, suo terzo lungo-metraggio che apre la 73. Mostra del Cinema di Venezia: per dare seguito a Whiplash, che usava la musica come un campo di battaglia in cui replicare il film sportivo o meglio uno scontro bellico tra un generale e un sergente, il regista sceglie il musical (l’anello di congiunzione quindi tra cinema e musica), il luogo perfetto per dare sfogo alla “retromania”.

E in effetti, La La Land è un omaggio dichiarato al musical classico, tra numeri di tip-tap e ricostru-zioni in puro stile Vincente Minnelli che racconta la storia d’amore complicata tra l’aspirante attrice Mia (Emma Stone) e il musicista Sebastian (Ryan Gosling) che sogna di aprire un jazz club tutto suo.
Sembra di rivedere il Coppola di Un sogno lungo un giorno, specie nell’uso delle scenografie, ma il film di Chazelle è soprattutto il racconto di un amore malinconico e moderno, contrastato non dalla società né dagli eventi della Storia come da tradizione melodrammatica, ma dalle personalità di ognuno dei protagonisti, dalle difficoltà a far collimare i propri sogni e le proprie ambizioni personali con la capacità di supportare un’altra vita, altri sogni.

Segue le stagioni di Los Angeles (il cui titolo è un affettuoso soprannome dato dagli artisti) e due vite colte in un momento di passaggio fondamentale, quello in cui i sogni si tramutano in realtà, trasfor-mando la vita in qualcosa di difficile da gestire. E questo racconto nevrotico e “alleniano” prenderà le forme del film musicale, dei balletti nel traffico di Los Angeles, delle danze e delle canzoni al tra-monto che puntano a far breccia nel cuore di ogni appassionato.
Come in Io e Annie, Los Angeles sembra essere la terra dei rimorsi e dei rimpianti, dei sogni perduti che i protagonisti devono lottare per tenere in piedi. E così Chazelle non vuole limitarsi a omaggiare canzoni, balli, movimenti di macchina e scelte stilistiche del passato, ma prova a darne la propria lettura personale così come la batteria era diventata la chiave di lettura di un duello, di uno scontro, di un gioco al massacro.

Nessun massacro è però previsto in La La Land, anzi il regista punta a stemperare la muscolarità del film che lo ha lanciato con gesti romantici, sognanti, venati di melanconia, facendo conquistare il centro del palco e le luci della ribalta ai suoi due protagonisti e facendo apparire in un divertente cameo J. K. Simmons, attore di lunghissimo corso che dopo una vita di piccoli ruoli (su tutti il direttore del giornale in cui lavora Peter Parker in Spider-Man) ha conquistato l’Oscar per la parte del maestro in Whiplash.

La La Land è un musical, certo. E una commedia romantica. E anche un dramma intimista sullo scontro tra affetti e ambizioni. Di certo è un film che trabocca di citazioni e suggestioni importanti. Ma soprattutto, è un’opera di sentimenti e invenzioni cinematografiche, la conferma di un talento per nulla nostalgico o di retroguardia. Quello di Damien Chazelle.

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