martedì 28 febbraio 2017
Les Ogres
Forse solo in Francia è possibile concepire e realizzare un film in cui acceso vitalismo e malinconia esistenziale, joie de vivre e mal de vivre, passione e miseria siano a tal punto interconnessi da generare un amalgama omogeneo in cui tutti gli elementi non sussistono di per sé ma solo in relazione con gli altri. A ogni modo è ciò che accade in Les Ogres, scritto e diretto dalla giovane regista Léa Fehner, vincitore del Premio del Pubblico alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro.
Partendo da suggestioni autobiografiche, la giovane regista francese narra le peripezie di una compagnia teatrale che gira da un angolo all’altro della Francia per mettere in scena uno spettacolo di Čechov. La vita di per sé già irregolare degli attori, che vivono un po’ come una famiglia allargata dove ognuno sa tutto di tutti, subisce nuovi scossoni con l’arrivo dell’ex amante del regista, che scatena vecchi rancori e porta a galla rimorsi mai sopiti. A tutto questo, si aggiungono la gravidanza di una giovane attrice e i turbamenti esistenziali del primo attore, padre del nascituro. La tournée diviene dunque occasione privilegiata per un rimescolamento delle carte, per tracciare il bilancio di una vita bizzarra riempita dalle mille sfaccettature del teatro, punto di non ritorno per un nuovo inizio, con i suoi addii e le sue affascinanti novità.
I referenti possono essere tanti, dal Fellini de La Strada e di 8 e ½, al Truffaut corale di Effetto Notte, al Peter Bogdanovich dello spassosissimo Rumori fuori scena, ma in realtà la Fehner dimostra già uno sguardo personale, sicuro, corroborato da uno stile immediato e asciutto che aderisce ai volti degli attori senza dimenticare il contesto. Anche un bell’esempio di come si possa, infine, rendere omaggio al teatro e riflettere su di esso tramite il cinema senza rinunciare ai mezzi che del cinema sono propri. Due ore e venti sono oggettivamente lunghe – si poteva tagliare qualcosa, – ma questi Orchi d’Oltralpe, malinconici, rissosi, immusoniti, irrimediabilmente “francesi” ed eterni gitani della vita, sono la migliore testimonianza di come si possa, ancora e soprattutto oggi, coniugare le ragioni dell’arte (e della riflessione sull’arte) con quelle dell’intrattenimento intelligente, secondo la lezione migliore della Nouvelle Vague.
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lunedì 20 febbraio 2017
Sleepless
Vincent Downs è un agente sotto copertura della polizia di Las Vegas che, accidentalmente, si ritrova coinvolto nel furto di un carico di droga destinato ai cocalero di Las Vegas, Stan Rubino (Dermot Mulroney) e Rob Novak (Scoot McNairy). Rubino ordina così il rapimento del figlio di Downs, di soli quattordici anni, promettendo al poliziotto di liberarlo solo dopo avergli restituito la cocaina.
Adattamento del thriller francese Nuit Blanche diretto da Frédéric Jardin, la produzione statunitense non si distanzia molto, se non per location e cast, dall’originale, almeno per lo script (di Andrea Berloff). Jamie Foxx si ritrova catapultato in un action poliziesco che rimanda alla mente il supermachismo di Seagal, Schwarzenegger, Willis, Norris e chi più ne ha più ne metta. L’adrenalina sale sin dai primi minuti, tra inseguimenti, rapine e l’ambigua figura di Vincent Downs, che ci viene presentato nei panni di criminale sanguinario per poi rivelarsi un onesto poliziotto in preda a una crisi per via della sua relazione ormai finita e di un figlio diviso tra lui e la sua ex. Diretto da Baran Bo Odar, regista di Who Am I e attualmente impegnato nella serie TV targata Netflix Dark, Sleepless si muove su campi già battuti, proponendo una trama abbastanza usuale, pretesto per lasciar spazio il più possibile all’action pura. Coadiuvato da un cast di rilievo, tra cui David Harbour, Michelle Monaghan, Tip “T.I.” Harris e Gabrielle Union (già al fianco di Foxx nella commedia romantica Breakin ‘All the Rules), il nuovo Django conduce lo spettatore, in soli 90’, in una Las Vegas vista dai signori della droga, presentandoci omicidi, caos, tradimenti, corruzione, il tutto…in una sola notte. Punti vincenti del film rimangono certamente le coreografie, dirette da Jeff Imada, e la fotografia di Mihai Malaimare. In un crescendo di tensione, ci viene concesso, tra un inseguimento, una sparatoria e una scazzottata, di conoscere più approfonditamente ciascun personaggio, fattore che agevola una brusca sterzata sul finale presentando un’inversione di ruoli tra chi si credeva il malvagio e chi il buono. Non manca la prevedibilità, così come non vengono meno gli stereotipi del sottogenere e le ingenuità al fine di favorire l’evolversi di una trama tanto rocambolesca da dover necessariamente ricorrere all’elemento fatalistico. Molto divertenti i personaggi, in particolar modo i super cattivi, e il girato merita un plauso soprattutto per la scelta stilistica di alternare inquadrature fisse e campi lunghi a primi piani e camera mobile, seguendo il ritmo serrato del plot. Pur non presentando nulla di nuovo, Baran Bo Odar ci consegna un ottimo biglietto da visita: divertente, violento al punto giusto e adrenalinico. Per una serata all’insegna del cinema macho, con birra e sandwich, Sleepless è il film che fa per voi!
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lunedì 13 febbraio 2017
Proprio lui?
Momento molto delicato e molto pericoloso, quando i genitori di lei la raggiungono per conoscere lui, lo sposo futuro. Saperla felice è tutto, per il papà infarcito dai solidi valori del Midwest, quelli che hanno portato Trump a vincere, e che l’ha sempre vista come la pupilla dei suoi occhi. Poi, quando si raggiunge la casa dove i due già convivono, anche il cuore si apre: magione da milionario in dollari, fatti a Silicon Valley, quella di Laird. Potrebbe essere il tipo giusto. Potrebbe. Ma è invece uno sfacciato e arrogante arricchito, sboccatissimo pure e sessuomane. Proprio lui?. Sembrerebbe di sì.
Se pure ha il volto simpatico e sornione di James Franco, che sorride sempre e troppo, indiavolato in questo ruolo comico calatogli a peso sulle spalle da John Hamburg, qui regista per una storia del tutto ovvia, molto meglio come sceneggiatore di Ti presento i miei, Mi presenti i tuoi?, Zoolander, …E alla fine arriva Polly. Sempre, comunque, storie di incontri bizzarri e quasi impossibili come questa, dove alla fine tutto si ricompone nel dolce affetto di un parentado accogliente. Dentro quel villone ne succedono di tutte: Laird con innata buona fede non ha dubbi che Stephanie sarà sua, il fratellino di lei stravede per lui, lo vede come il genio del web e dei videogiochi, il papà strabuzza gli occhi, la mamma si gode l’inaspettata agiatezza. Tutti, piuttosto sbalestratati, arrancano tra battute e situazioni che raramente rasentano una comicità intelligente. Alla berlina è messo però tutto l’impianto sociale sul quale Laird ha costruito la sua fortuna, e la solidità tecnologica della sua vita e del suo benessere.
Eccessivo quasi sempre, il filmetto non può reggersi su un attore in svendita e una serie di contrasti generazionali e sociali più che mai abusati. Ottimo quando i veri Kiss arrivano per far felice mamma e papà. Subito dopo, il matrimonio sarà ovviamente celebrato e consumato.
Fonte: QUI
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