venerdì 22 dicembre 2017

PHANTOM THREAD


L'ultimo film con protagonista l'attore Daniel Day-Lewis che è stato diretto dal regista Paul Thomas Anderson si intitolerà Phantom Thread.
La Focus Features ha diffuso il sito web ufficiale in cui sono presenti, almeno per ora, poche informazioni sul progetto che verrà distribuito nei cinema a Natale, rimasto avvolto a lungo dal mistero.

Il lungometraggio sarà ambientato nel mondo della moda della Londra degli anni '50 e racconterà la storia di un sarto.

Fanno parte del cast anche Richard Graham, Lesley Manville e Vicky Krieps. Johnny Greenwood si occuperà della colonna sonora.

Fonte: QUI

giovedì 14 dicembre 2017

IL SIGNORE DEGLI ANELLI, ANDY SERKIS


L'attore Andy Serkis, che ha recentemente debuttato alla regia con il film Ogni tuo respiro, ha svelato di aver quasi rifiutato il ruolo di Gollum nella trilogia cinematografica diretta da Peter Jackson.

La star, intervistata dal quotidiano The Guardian, ha ricordato quanto accaduto prima dell'inizio delle riprese dell'adattamento dei romanzi di J.R.R. Tolkien: "Quando ho iniziato a girare Il signore degli anelli mi è piaciuto il rischio. In origine avevo sentito che si sarebbe trattato di doppiare un personaggio realizzato in digitale e non ero interessato. Successivamente ho incontrato Jackson e ho detto 'Voglio un attore che interpreti il ruolo, che sia sul set e prenda le decisioni relative alla parte'".

L'evoluzione della tecnologia ha però permesso agli attori di avere uno strumento in più: "Ora puoi interpretare qualsiasi cosa. La tecnologia si è evoluta ed è possibile catturare un'intera performance, non solo quella del viso, e mi rendo conto di come si tratti di uno strumento importante nel ventunesimo secolo".

Fonte: QUI

mercoledì 22 novembre 2017

THE SHADOWS


Ben Affleck, Matt Damon e la Pearl Street Films di Jennifer Todd produrranno il film The Shadows in collaborazione con la Paramount.
Il progetto si ispira all'articolo scritto da Matthew Pearle per il Boston Globe Magazine e in cui si racconta la storia dei primi agenti sotto copertura in azione a Boston. Il progetto racconterà infatti quanto accaduto dopo che il sindaco Josiah Quincy Jr. e il comitato cittadino decisero di concedere il potere all'agente Francis Tukey dando così vita alla task force chiamata "The Shadows" che utilizzava nuove tecniche, anche di persuasione, per fare giustizia e creare ordine, stringendo legami con gli informatori e infiltrandosi nei gruppi criminali.

La sceneggiatura è stata scritta da Chris Bremner mentre, per ora, non è stato ancora annunciato il regista.

Fonte: QUI

lunedì 6 novembre 2017

L'UOMO DI NEVE


La videorecensione di oggi ci porta alla scoperta del thriller L'uomo di neve, film tratto dal romanzo di Jo Nesbø con protagonisti Michael Fassbender, Charlotte Gainsbourg e Rebecca Ferguson.

Si tratta del terzo film firmato da Tomas Alfredson, il talentuoso regista di Lasciami entrare e La talpa. L'ottimo comparto tecnico è impreziosito dalla fotografia di Dion Beebe e dal montaggio di Thelma Schoonmaker, collaboratrice storica di Martin Scorsese che qui figura come produttore esecutivo.

L'Uomo di Neve è ambientato in una Oslo innevata ed onirica, teatro di una pericolosa indagine. Uno spietato serial killer con l'ossessione per i pupazzi di neva sta seminando vittime e il detective alcolista Harry Hole si mette sulle sue traccie affrontando durante il viaggio i propri demoni. A parlarci del film è la nostra Alessia Starace.

CLICCA QUI PER VEDERE LA VIDEO-RECENSIONE

Fonte: QUI

giovedì 26 ottobre 2017

Mistero a Crooked House



Halloween al cinema quest'anno si festeggia anche con il brivido della regina del giallo Agata Christie. Arriverà, infatti, nelle nostre sale il 31 ottobre prossimo Mistero a Crooked House, il film diretto da Gilles Paquet-Brenner, tratto da "È un problema", uno dei romanzi preferiti dalla stessa scrittrice inglese.

Sceneggiato dal Premio Oscar Julian Fellowes, specialista inambientazioni inglesi d'epoca (a lui dobbiamo Downton Abbey e Gosford Park), il film vede protagonista un ricco cast che comprende Glenn Close, Christina Hendricks, Gillian Anderson, Terence Stamp, Max Irons e Stefanie Martini.
Del film, che arriverà in sala distribuito da Videa, vi mostriamo oggi due nuovi spot esclusivi:

Ecco la trama ufficiale del film:
Quando il ricco patriarca greco Aristides Leonides muore in circostanze misteriose, la nipote Sophia chiede all’investigatore privato Charles Hayward, suo ex amante, di stabilirsi nella tenuta di famiglia per indagare sulla vicenda. Una volta lì, Charles fa la conoscenza delle tre generazioni della dinastia Leonides trovando un'atmosfera velenosa, piena di risentimenti e gelosie. Tra i tanti moventi, indizi e sospetti, riuscirà a trovare l'assassino prima che colpisca di nuovo?

Fonte: QUI

venerdì 13 ottobre 2017

Tarantino Stories

Se state iniziando a meditare sui regali di Natale, o se semplicemente siete dei collezionisti, vi segnaliamo l'uscita il 28 novembre di un Cofanetto Indimenticabili dedicato a Quentin Tarantino, comprendente dei capisaldi della sua cinematografia, in Blu-ray o dvd.

Le iene (1992) fu il film che lo consacrò agli occhi della critica internazionale: una rapina andata male, un noir distruttivo ed estremo, un'interpretazione stupefacente di tutto il cast. Il vero inizio di una carriera folgorante, 25 anni or sono.

Pulp Fiction (1994) ha bisogno ancor meno di presentazioni: vincitore di un Oscar per la miglior sceneggiatura, ricevette altre sei nomination, rilanciò la carriera di John Travolta. Dopo la consacrazione critica di Le iene, arrivò la consacrazione del pubblico, tramutando la pulp fiction iperviolenta di Quentin in un irresistibile fenomeno di costume.

Jackie Brown (1997) è un apparente outsider: rappresenta l'unico caso in cui Tarantino abbia adattato materiale altrui, nello specifico il romanzo omonimo di Elmore Leonard. Chi si aspettava un trionfo di "tarantinismi" rimase piuttosto deluso, ma il noir crepuscolare e romantico, proprio perché più umile, conferma il grande talento di scrittura e direzione degli attori.

KIll Bill Vol 1 (2003) e Kill Bill Vol 2 (2004), monumento a Uma Thurman nei panni della vendicativa Sposa, sono un pastiche di generi che in tanti vorrebbero imitare ma che nessuno sarebbe in grado di emulare, ricavandone qualcosa di così originale e personale. Arti marziali, western, commedia, anime: nella bilogia di Kill Bill confluisce di tutto, e tutto viene manovrato da Quentin con un'ironia sadica e beffarda, e soprattutto con colonne sonore ancora una volta da antologia.

Fonte: QUI

mercoledì 20 settembre 2017

La signora dello zoo di Varsavia


Manca poco più di un mese all'arrivo nei cinema italiani di La signora dello zoo di Varsavia, il film tratto dal best seller Diane Ackerman, con protagonista Jessica Chastain nei panni di una donna eroica che, pur vivendo in un'epoca di paura e distruzione - quella della Seconda Guerra Mondiale - non esitò a mettere a rischio la sua vita e quella della sua famiglia pur di mettere in salvo il maggior numero di persone possibili.
Il film, diretto da Niki Caro, regista di La ragazza delle balene, North Country e del più recente Mcarland, arriverà nelle nostre sale il 16 novembre prossimo, distribuito da M2 Pictures. Ve ne mostriamo intanto, in anteprima esclusiva, il poster italiano ufficiale:

La storia dell film ha inizio nella Polonia del 1939. La brutale invasione nazista porta morte e devastazione in tutto il paese e la città di Varsavia viene ripetutamente bombardata. Antonina (Jessica Chastain) e suo marito il dottor Jan Żabiński (Johan Heldenbergh), custode dello zoo della città, sono una coppia molto unita sia nella vita privata che in quella professionale. Dopo la distruzione dello zoo i due si ritrovano da soli a salvare i pochi animali sopravvissuti. Sgomenti per ciò che sta accadendo al loro amato paese, la coppia deve anche sottostare alle nuove politiche di allevamento del nuovo capo zoologo nominato dal Reich: Lutz Heck (Daniel Brühl). Ma quando la violenza nazista arriva all’apice e inizia la persecuzione degli ebrei, i due coniugi decidono che non possono restare a guardare e cominciano in segreto a collaborare con la Resistenza, intuendo che le gabbie e le gallerie sotterranee dello zoo, possono ora servire a proteggere in segreto delle vite umane. Quando la coppia mette in atto il piano per salvare più abitanti possibili del ghetto di Varsavia, Antonina non esita a mettere a rischio anche se stessa e i suoi figli.

Fonte: QUI

giovedì 7 settembre 2017

X-Men: New Mutants


Dovrebbe arrivare anche in Italia nella primavera del 2018 New Mutants, del quale vi mostriamo il primo trailer in italiano. Il nuovo film dedicato agli X-Mentargato Fox, impostato tuttavia in modo nettamente diverso dai precedenti: la chiave scelta dal regista Josh Boone è infatti quella dell'horror, in una strategia della 20th Century Fox che prevede appunto una libertà di registro ai singoli autori. I precedenti sono la semiparodia grottesca sotto la cintura di Deadpool e il noir crepuscolare e distruttivo di Logan: un'ottima idea per diversificarsi in un mercato sempre più affollato.
La storia è incentrata su giovani X-Men che scoprono i propri poteri... in maniera non esattamente rilassante. 

Fonte: QUI

martedì 15 agosto 2017

47 Metri


Due giovani sorelle - Lisa e Kate - sono in vacanza in una località marina in Messico. La situazione sarebbe ideale per svagarsi alla grande, ma Lisa è turbata per essere stata lasciata dal suo fidanzato. Così Kate, la più disinvolta delle due, cerca di farla divertire portandola fuori di notte a spassarsela. Due giovani messicani propongono alle ragazze di provare lo sballo di un'immersione in una gabbia in un luogo infestato da squali: totalmente sicuro, totalmente avvincente. Lisa, preoccupata, è titubante, ma dato che è stata lasciata dal fidanzato proprio perché ritenuta noiosa, decide, spinta dalla sorella, di tentare la botta di vita. Quando vede la vecchia gabbia arrugginita del "capitano" Taylor, Lisa è di nuovo colta da dubbi, ma Kate è risoluta: l'avventura va vissuta. In mare aperto vengono gettate le esche per attirare gli squali che subito arrivano. Poi le ragazze si calano in mare dentro la gabbia per potersi godere la vista degli squali al sicuro della loro protezione. Ma per un problema tecnico la gabbia precipita a 47 metri di profondità e le ragazze si trovano nei guai con poca aria e troppi squali.
I pescecani sono un perfetto emblema del terrore sin dai tempi de Lo squalo (e anche da prima). Silenziosi e famelici, rappresentano, nei film, una minaccia contro la quale è difficile difendersi. Per questo motivo, i film con gli squali sono diventati un nutrito sottogenere, tendenzialmente piuttosto ripetitivo. Vi sono però delle varianti, talvolta.
47 metri appartiene a esse, mettendo in scena una situazione che presenta analogie con altri squalo-movies atipici come Open Water e Paradise Beach - Dentro l'incubo, ma con sufficiente originalità nello spunto. 
L'inglese Johannes Roberts è uno specialista dell'horror, pur non avendo un pedigree di particolare brillantezza: qui maneggia con abilità una situazione interessante, da claustrofobia in spazio aperto, in un tour de force registico nel quale trova tempi e modi adeguati per produrre momenti di tensione e spavento senza però mai mettere in secondo piano l'aspetto umano, che ci porta a temere per la sorte delle due protagoniste alle prese con qualcosa di più grande di loro. La tensione viene mantenuta piuttosto alta e convincente: talvolta il film traccheggia per la poca sostanza narrativa (è soprattutto un film di situazione), ma riesce a rendere con efficacia la solitudine e la disperazione delle ragazze di fronte a una natura ostile per la quale sono solo cibo per squali.
Pur senza essere particolarmente sottile nella descrizione delle psicologie, inoltre, il film è capace anche di fornire un ritratto convincente del legame che unisce le due sorelle, diverse nel carattere, ma solidali e profondamente affezionate. E l'incertezza in cui versano, insicure sullo stato delle cose in superficie (sono state abbandonate o qualcuno le cerca?), aggiunge ulteriori elementi di suspense. Certo l'elenco delle cose che vanno storte è un po' troppo lungo e ciò detrae un po' di credibilità dalla vicenda, ma nell'insieme il film è molto realistico, avvincente, teso e dotato anche di un buon colpo di scena finale che chiude in modo adeguato la storia. Buona la prova del cast con Mandy Moore e Claire Holt in buona evidenza e la simpatica partecipazione di una vecchia volpe del cinema hollywoodiano come Matthew Modine - lontano dai fasti di Full Metal Jacket, ma ancora in gamba - nei panni di un lupo di mare dall'attrezzatura un po' troppo corrosa dalla salsedine.
Fonte: QUI

venerdì 4 agosto 2017

Cuori Puri


Agnese compie i diciotto anni mentre vive con una madre molto devota e frequenta la parrocchia locale dove sta per compiere una promessa di castità fino al giorno delle nozze. Stefano ha venticinque anni, un passato difficile e un presente in cui deve cercare di conservare l'incarico di custode di un parcheggio che confina con un campo rom. La sua famiglia sta per essere sfrattata e ha bisogno del suo aiuto. Il loro incontro farà nascere un sentimento speciale che implica delle scelte importanti, in particolare per Agnese.
Era da tempo che non compariva sugli schermi un'opera prima così intensa e così carica di un realismo che si fa cinema ad ogni inquadratura.
A partire dall'inseguimento iniziale: una corsa in cui Stefano, addetto al controllo in un centro commerciale, insegue Agnese che ha rubato un cellulare di scarso valore. È il loro primo incontro ma non è l'inizio di un idillio. È solo il prologo di un percorso irto di ostacoli. Perché il microcosmo che li circonda non è loro di aiuto. De Paolis si libera da tutti i presunti doveri del politically correct, quelli per intendersi, che fanno gridare allo scandalo gli ipocriti che vorrebbero dipingere la realtà così come non è. In questo film i rom non sono tutti buoni così come gli sfrattati non sono solo vittime e le buone intenzioni non necessariamente conducono a quella Verità che potrebbe farci liberi. 

Agnese è chiusa in una gabbia che non ha pareti ma che, grazie a una madre ossessionata da una religiosità pervasiva, la rinchiude apparentemente senza via di scampo. Questo senza che ci sia la necessità di rappresentare l'ambito parrocchiale come un luogo retrogrado e conservatore. Don Luca è un sacerdote che crede sinceramente a ciò che propone ai ragazzi, ne conosce le difficoltà in senso generale ma non entra mai in una dinamica di comprensione del singolo se non per una reprimenda sul furto.
Fonte: QUI

domenica 23 luglio 2017

IRON FIST


Danny Rand (Finn Jones - Game of Thrones) aveva 10 anni quando l'aereo privato con a bordo suo padre Wendell e sua madre Heather, si schiantò misteriosamente sulle montagne dell'Himalaia.
Unico superstite dell'incidente, Danny viene salvato da un gruppo di monaci guerrieri e portato nella misteriosa città di K'un-Lun; grazie all'addestramento dei monaci e alle brutali condizioni del luogo, diventa un valoroso guerriero.
Dopo 14 anni decide di tornare a New York, per ricongiungersi agli amici di infanzia che considera come una famiglia, Ward and Joy Meachum, figli del socio del padre di Danny. Intenzionato a prendersi il posto che gli spetta nella multinazionale fondata da suo padre, la Rand Enterprise, che viene adesso gestita dalla famiglia Meachum. La serie si concentra sul come Danny Rand sia diventato l'Iron Fist, sull'esperienza a K'un-Lun - reale o immaginaria - e su tutte le vicende che porteranno a fare luce riguardo la morte dei suoi genitori.
Fonte: QUI

mercoledì 5 luglio 2017

LA BELLA E LA BESTIA


Ventisei anni dopo il film d'animazione che per primo sfondò la barriera della nomination all'Oscar come Miglior Film, la Disney torna su quei luoghi incantanti: il villaggio francese di Belle e il castello stregato della Bestia, dove un orologio, un candelabro, una teiera e la sua tazzina, il piccolo Chicco, trascorrono l'esistenza prede di un sortilegio, sperando che non cada anzitempo l'ultimo petalo di una rosa o non torneranno mai più umani.
Il film di Bill Condon arriva evidentemente sull'onda degli altri remake in live action dei classici Disney, ma sceglie una strada differente rispetto, per esempio, alla revisione di Cenerentola firmata da Kenneth Branagh.
Il nuovo La bella e la bestia non reinventa quasi nulla, e laddove lo fa, nel prologo settecentesco, nell'introduzione di un paio di personaggi e di alcuni interpreti di colore, non opera modifiche particolarmente incisive e sembra piuttosto obbedire a qualche legge morale o hollywoodiana, che ha poco a che vedere col materiale creativo. Al contrario, il film di Condon segue piuttosto alla lettera il precedente animato, riprendendone il copione, il libretto musicale, le stesse inquadrature. Si può non comprendere fino in fondo la natura di questa scommessa, si può ragionevolmente ipotizzare che la logica sia in tutto commerciale, ma non si può non ammetterne il successo finale. In un momento in cui l'animazione ha preso strade più stratificate e sperimentali, spronata dalla rivoluzione Pixar, anche al più moderno dei classici Disney non nuoce una rinfrescatina, e qui c'è abbastanza entusiasmo per un'intera boccata d'aria fresca.
Fonte: QUI

mercoledì 28 giugno 2017

Girlboss


d appena 28 anni, Sophia Amoruso è milionaria. Fino a pochi anni prima si era sempre data da fare con piccoli lavoretti, spesso abbandonati a causa di un modo di fare tutto suo, talvolta irresponsabile, mai convenzionale. Senza denaro, prossima allo sfratto e a un passo dalla disperazione, si accorge che rivendere abiti vintage su e-bay, nell'era di Internet, potrebbe portarle notevoli guadagni. Tutto ciò che dovrà fare è selezionare i capi di abbigliamento e trovare un luogo dove acquistarne di nuovi a poco prezzo: operazione che inizialmente le sembrerà più semplice di quanto si rivelerà poi essere. Inizierà così, praticamente da sola, contro tutti e con il suo caratteraccio, a costruire un impero che prende il nome di Nasty Gal.
Girlboss si basa sull'autobiografia #Girlboss di Sophia Amoruso. La Sophia reale e quella seriale hanno altro in comune: entrambe sono consapevoli di essere verbalmente troppo aggressive, troppo spigolose, troppo indigeste. 
La Nasty Gal è oggi un'impresa on-line da 100 milioni di dollari, che dà lavoro a circa 350 dipendenti. Il vero valore dell'azienda, tuttavia, è nel messaggio che la sua stessa esistenza veicola: è un qualcosa che nasce dal nulla, grazie al talento e alla caparbietà di una ragazza - Sophia Amoroso - che è cresciuta in strada. È una realtà, insomma, che testimonia come il sogno americano sia ancora oggi più che mai vivo.

Fonte: QUI

domenica 18 giugno 2017

CABLE GIRLS




Quattro donne, gli anni '30, aria di ribellione: da una parte la rivoluzione tecnologica che passa attraverso i cavi di un centralino telefonico, dall'altra la rivoluzione dei costumi, che si consuma (anche) rompendo il tabù di una gonna un po' più corta del "normale". 

Alla regia Carlos Sedes e David Pinillos (Velvet, Grand Hotel), nei ruoli delle quattro protagoniste la star Blanca Suárez (El barco, El internado), Nadia de Santiago (Musarañas, Amar es para siempre), Ana Fernández (Los protegidos) e Maggie Civantos (Vis a vis).
Rilasciata in 190 paesi da Netflix a partire dal 28 aprile, Cable Girls è la prima serie originale del colosso del video on demand prodotta in Spagna.

I PERSONAGGI
Già rinnovata per una seconda stagione, Cable Girls si ambienta nella Madrid del 1929, all'interno del grattacielo che ospita la sede della neonata Compagnia de Telefonia. All'interno di queste stanze si muovono i destini delle quattro protagoniste Lidia, Carlota, Ángeles e María Inmaculada detta Marga, appena assunte come centraliniste.
Quattro caratteri femminili molto diversi per quattro donne che si troveranno, spesso loro malgrado, a essere testimoni dei segreti e degli intrighi politici che corrono lungo le linee telefoniche.

Dalla protagonista Lidia, in fuga da un misterioso passato, a Carlota, figlia ribelle di un militare, passando per Ángeles, apparentemente sottomessa al marito, e la campagnola Maria, le quattro colleghe/amiche sono accomunate da un identico destino: quello di affermare la propria indipendenza ed emanciparsi in una società ancora troppo al maschile.

IL MOOD
Lontana più psicologicamente che temporalmente dalla dittatura di Franco, la Madrid de Cable Girls è una città da un milione di abitanti, moderna, nel boom dello sviluppo architettonico e piena di fiducia nel futuro. Nascono in quegli anni interi quartieri per ospitare il nuovo proletariato urbano (Ventas, Tetuán), si inaugura la Gran Via per decongestionare il centro storico dove il traffico è già stato "alleggerito" dalla nuovissima metropolitana, mentre poco lontano dal Palazzo Reale nasce la Ciudad Universitaria.
La compagnia telefonica della serie è la prima a portare in città la rivoluzionaria forma di comunicazione a distanza, trovando naturalmente posto nel primo grattacielo mai costruito in città.

Ma a far da protagonista nelle otto puntate della prima stagione, inevitabilmente, è anche la moda femminile anni '20 e '30: cappellini, copricapo e velette, gonne al ginocchio e camicie, reggiseni a fascia per coprire rigorosamente le forme. Perché nella Madrid di fine anni venti, vale la pena di ricordarlo, le donne non solo non erano libere di indossare quel che volevano, ma dovevano regolarsi su canoni differenti a seconda del lavoro (eventualmente) intrapreso. Ammesso che lo trovassero - e che i loro mariti fossero d'accordo.

Fonte: QUI

giovedì 1 giugno 2017

TREDICI


Tratta dai bestseller di Jay Asher, la serie originale Netflix Tredici racconta la storia di Clay Jensen (Dylan Minnette), un ragazzo che al ritorno dalla scuola trova sulla porta di casa una misteriosa scatola con su scritto il suo nome. Nella scatola scopre delle cassette registrate da Hannah Baker, una compagna di classe per la quale aveva una cotta e che si è suicidata due settimane prima. Nelle registrazioni, Hannah spiega le tredici ragioni che l'hanno spinta a togliersi la vita. Clay è forse tra queste?

Pubblicato nel 2007 con la grafia "Th1rteen R3asons Why", il romanzo di Jay Asher è stato un grande successo negli States e in occasione della serie Tredici a cui ha dato origine, disponibile su Netflix, ne è stata ripubblicata - anche in Italia da Mondadori - una edizione speciale per il decennale. Il libro consta di meno di trecento pagine e racconta una sola giornata, durante la quale il giovane protagonista Clay Jensen ascolta le tredici incisioni lasciate da Hannah Baker dopo il suo suicidio. 
Si tratta in sostanza di un duetto di voci, quella registrata di Hannah e quella interiore di Clay, che interviene a commentare con il proprio flusso di coscienza di dubbi, riflessioni e ricordi. In termini di azione non succede quasi nulla, a parte per Clay che evita i propri genitori e attraversa la cittadina (una "american small town" come tante altre) seguendo la mappa lasciata da Hannah.

Fonte: QUI

lunedì 8 maggio 2017

Shin Godzilla




Mentre Hollywood, con alterne fortune, sta ancora cercando di americanizzare Godzilla, il dinosauro dall’alito radioattivo più famoso del Cinema, la Toho, casa di produzione Giapponese proprietaria del franchise, non ha mai abbandonato la sua star di maggior successo e dopo l’originale pellicola del 1954 ha prodotto ben 29 films, l’ultimo dei quali, Shin Godzilla (che si può tradurre come: nuovo, vero Godzilla) distribuito nel paese del Sol Levante il 25 luglio dello scorso anno. Primo completo reboot dello Studio (tutte le precedenti pellicole o erano collegate tra loro o facevano sempre comunque riferimento al primo film), esso ci presente il lucertolone verde utilizzato ancora una volta come metafora del pericolo nucleare e atto di accusa nei confronti del governo giapponese, assolutamente impreparato ad affrontare catastrofi di grandi proporzioni. I riferimenti al terremoto e allo tsunami del 3 novembre 2011 e al conseguente incidente alla centrale nucleare di Fukushima sono evidenti in una storia che ha una forte valenza politica.

Questa volta il mostro fa la sua prima apparizione dopo un maremoto e ha l’aspetto di una creatura marina priva di zampe che subisce presto alcune mutazioni fino a raggiungere l’aspetto che tutti conosciamo. Mentre il primo ministro e i membri del suo governo si incagliano in lunghe discussioni sull’opportunità dell’uso dell’esercito – in quanto i trattati con gli Stati Uniti, dopo la fine della seconda guerra mondiale, prevedono la richiesta del permesso al presidente americano – Godzilla si cimenta nella sua attività preferita: radere al suolo Tokio e tutte le città del Giappone. Definito dagli scienziati come un organismo perfetto, praticamente immortale e in grado di sopravvivere fino a quando avrà a disposizione acqua e aria, considerato quasi un Dio, dopo alcuni tentativi che costeranno la vita a molte persone, verrà congelato da un team di studiosi che inietteranno nel suo corpo un agente coagulante.

Diretto a quattro mani da Hideaki Anno, autore anche della sceneggiatura, e da Shinji Higuchi, noti a tutti gli amanti dei Manga e Anime in quanto autori, rispettivamente, dei due Evangelion e della versione “live action” di Attack on Titan, Shin Godzilla è decisamente il più serio e drammatico titolo dell’intera saga, e pone l’attenzione sui risvolti politici della vicenda, anche se spesso in maniera un po’ eccessiva, rischiando di annoiare lo spettatore (gioverebbe alla storia un metraggio più corto dei 120 minuti originali). Fortunatamente, il film si risveglia  dal suo torpore all’apparizione di Godzilla, che possiede un look minaccioso e totalmente nuovo, realizzato quasi interamente in digitale (è in grado di emettere raggi distruttivi non solo dalla bocca ma anche dalle placche dorsali), e che omaggia, nelle prime scene in cui compare, le pellicole precedenti, quando il mostro era animato da un uomo sotto una pesante tuta. Arricchito da effetti speciali estremamente realistici, Shin Godzilla mostra finalmente le vittime della furia distruttrice del mostro e farà la gioia dei fans.

Fonte: QUI

giovedì 27 aprile 2017

Muck



L’idea di piazzare un branco di selvaggi assassini tra le paludi di Cape Cod, Massachusetts, suona, per quanto strampalata, non certo priva di un suo originale richiamo per i fan del cinema horror – e in modo particolare dello “slasher” –, ma finisce per soccombere, soffocata da una collezione di dialoghi idioti, da un gruppo di personaggi costruiti sulla carta come dementi nella meno offensiva delle considerazioni, e dalle situazioni assolutamente incoerenti che la sceneggiatura dell’esordiente regista Steve Wolsh (già intento a sfornare un Muck: Chapter 1) raccoglie in una sorta di memorandum goliardico di livello così infimo da poterlo paragonare con difficoltà perfino agli ultimi lavori di Ed Wood o del nostrano Renato Polselli. Se l’aspetto ludico dell’intera operazione offre un minimo alibi alle sgangherate vicende narrate, altrettanto non si può dire della pochezza tecnica con cui il film è realizzato. Oltre alle consuete riprese tremolanti – oramai un profondo fastidio, anche fisico –, vi sono mancanze concettuali tipo l’inserimento, all’interno di una sequenza di tensione – l’assalto di un’auto, in cui si alternano ai primi piani di un’ascia che sfonda il parabrezza, quelli delle reazioni degli occupanti – di un gratuita e assolutamente inopportuna inquadratura delle tette di una protagonista, ballonzolanti come budini all’impeto dei colpi, con un effetto farsesco (ideale, per dire, in un film del trio ZAZ) che fuga ogni ombra di “suspense”.


E, d’altro canto, la trama centrale di Muck – un gruppo di ragazzi inseguito da  misteriose creature umanoidi che hanno tanto l’aspetto di selvaggi quanto le pupille appannate dei morti viventi – tende spessissimo a concedere dissennate “entr’acte” in cui le attrici hanno l’opportunità di esibire le loro nudità, spesso avulse dal racconto in modo anche irritante – uno dei giovani, andato a chiamare soccorsi, torna di corsa e preoccupato dai suoi amici, salvo fermarsi per alcuni minuti a spiare una tizia che sta scegliendo cosa indossare (!). E così, l’arrivo del (non) finale è accolto con grande sollievo. Già, poiché senza nemmeno l’idea di un epilogo aperto, come nei più modesti “serial”, il film pianta lì i due sopravvissuti e gli sventurati spettatori tra le marcite nebbiose di Cape Cod, e tanti saluti.


Lo sconcertante “script” non aiuta nemmeno gli interpreti, per lo più di modesta caratura, con l’eccezione di Puja Mohindra (nota ballerina, apparsa anche nel drammatico Silhouettes, 2015, di Gustavo Bernal-Mancheno) che si dimostra abile fornendo credibilità alle balordaggini che le impone il personaggio. L’assurdità delle situazioni non dà tregua un attimo: perché mai, ad esempio, nel cuore della notte, una delle ragazze è costretta a congelarsi in reggiseno, mutandine e stivali?; e l’improponibilità dei dialoghi sefue di conseguenza: basti pensare allo scontro verbale dei due cugini protagonisti, Troist e Noah. Al di là di una partenza che immette già nel cuore della vicenda, si salva solo il peculiare – e tutto sommato efficace – “look” dei misteriosi assalitori, ideato dall’effettista Ben Bornstein (un lungo apprendistato con diverse case del settore, prima di iniziare lavori in proprio come questo e Chimera, 2017 di Maurice Haeems). Per il resto è decisamente una produzione nulla, in cui dispiace vedere coinvolto un nome importante del genere come quello di Kane Hodder (Jason in tre episodi di Friday the 13th / Venerdì 13 e tra i protagonisti della “franchise” Hatchet).


Fonte: QUI

giovedì 13 aprile 2017

Split



È il caso di dirlo: bentornato M. Night Shyamalan! Non che il regista de Il Sesto Senso e The Village abbia mai abbandonato la scena, ma alcuni tra i suoi recenti lavori non hanno forse accontentato in maniera omogenea critica e pubblico, come nei casi dei due titoli citati. L’ultima opera firmata Shyamalan s’intitolava The Visit, una produzione Jason Blum che, nel rispetto del marchio di fabbrica del brivido, è stata sviluppata sotto forma low budget e seguendo gli stilemi di casa Blumhouse: riprese in stile amatoriale, pochi interpreti (e sconosciuti), qualche spauracchio sparso quà e là e il risultato è un film clone (del clone del clone) di quell’ormai celebre The Blair Witch Project. Ma pagato lo scotto di scelte azzardate, l’autore e regista indiano torna sul mercato con una nuova produzione Blumhouse/Blinding Edge Pictures: SPLIT. Non temete. Dimenticate ciò che è stato e preparatevi ad assistere a un film straordinariamente folle. Kevin (James McAvoy) ha rivelato alla sua psichiatra, la dottoressa Fletcher (Betty Buckley), 23 personalità. Ma una, la più terribile, è ancora nascosta, in attesa di materializzarsi e dominare su tutte le altre. Dopo aver rapito tre adolescenti guidate da Casey (Anya Taylor-Joy, The Witch), ragazza molto attenta ed ostinata, ha inizio una lotta all’utlimo sangue per la sopravvivenza, sia nella mente di Kevin che intorno a lui, mentre le barriere delle sue varie personalità cominciano a distruggersi e far spazio alla Bestia.

Un budget consistente e un cast di elevatissimo livello (James McAvoy, Betty Buckley, Anya Taylor-Joy), messi al servizio di una sceneggiatura, scritta dallo stesso Shyamalan, a dir poco ottima permettono al cineasta indiano di fare il suo ritorno sulle scene in grande stile. Il film è un thriller psicologico a tinte cupe, con fugaci rimandi all’horror, che gioca su un costante ed equilibrato cambio di personalità che consente sia a McAvoy di mettere a dura prova le sue capacità attoriali, sia al pubblico di restare estasiato da una messinscena tanto schizzoide quanto assolutamente lucida: sembra di essere su un treno in corsa guidato da un uomo, tanto pazzo quanto “speciale”, che, manovrando con astuzia le diverse direzioni, ci lascia captare la tensione e il senso di disorientamento percorrendo 23 diversi binari prima di sfrecciare su quello che ci condurrà al capolinea, l’omicidio. Quasi totalmente girato in interni, SPLIT è un film che, in un modo del tutto originale e con sapiente utilizzo di alcuni cliché, recupera i temi centrali del cinema di Shyamalan: l’attenzione per il diverso, l’esplorazione del lato più profondo dell’animo umano, persino il concetto di bestialità.

Il film, caratterizzato da una forte presenza di humor nero misto a efferatezza, e alla magistrale interpretazione di McAvoy, coadiuvato sul set dalla già nota Taylor-Joy, si mostra come un lavoro in cui nessuno, vittima o carnefice, ha la meglio sull’altro. Ancor meno ciò avviene nella persona di Kevin. SPLIT può essere definito un orrore mentale, perché questo è ciò che Shyamalan vuole mostrarci: sin dove l’essere umano può essere capace di spingersi. E lo fa con maestria e originalità.

Fonte: QUI

mercoledì 5 aprile 2017

La La Land



“Retromania”. È il termine che il critico musicale Simon Reynolds ha coniato nel libro omonimo (edito da ISBN) per definire l’ossessione per il passato che la cultura popolare cova da almeno 15 anni, tra nostalgie e voglia di ricostruire forme artistiche e stili degli anni d’oro. E il cinema, tra revival e ricostruzioni più o meno filologiche, da Tarantino in giù, è in prima linea in questo senso.
Ma Damien Chazelle ha voluto scegliere un’altra strada per realizzare La La Land, suo terzo lungo-metraggio che apre la 73. Mostra del Cinema di Venezia: per dare seguito a Whiplash, che usava la musica come un campo di battaglia in cui replicare il film sportivo o meglio uno scontro bellico tra un generale e un sergente, il regista sceglie il musical (l’anello di congiunzione quindi tra cinema e musica), il luogo perfetto per dare sfogo alla “retromania”.

E in effetti, La La Land è un omaggio dichiarato al musical classico, tra numeri di tip-tap e ricostru-zioni in puro stile Vincente Minnelli che racconta la storia d’amore complicata tra l’aspirante attrice Mia (Emma Stone) e il musicista Sebastian (Ryan Gosling) che sogna di aprire un jazz club tutto suo.
Sembra di rivedere il Coppola di Un sogno lungo un giorno, specie nell’uso delle scenografie, ma il film di Chazelle è soprattutto il racconto di un amore malinconico e moderno, contrastato non dalla società né dagli eventi della Storia come da tradizione melodrammatica, ma dalle personalità di ognuno dei protagonisti, dalle difficoltà a far collimare i propri sogni e le proprie ambizioni personali con la capacità di supportare un’altra vita, altri sogni.

Segue le stagioni di Los Angeles (il cui titolo è un affettuoso soprannome dato dagli artisti) e due vite colte in un momento di passaggio fondamentale, quello in cui i sogni si tramutano in realtà, trasfor-mando la vita in qualcosa di difficile da gestire. E questo racconto nevrotico e “alleniano” prenderà le forme del film musicale, dei balletti nel traffico di Los Angeles, delle danze e delle canzoni al tra-monto che puntano a far breccia nel cuore di ogni appassionato.
Come in Io e Annie, Los Angeles sembra essere la terra dei rimorsi e dei rimpianti, dei sogni perduti che i protagonisti devono lottare per tenere in piedi. E così Chazelle non vuole limitarsi a omaggiare canzoni, balli, movimenti di macchina e scelte stilistiche del passato, ma prova a darne la propria lettura personale così come la batteria era diventata la chiave di lettura di un duello, di uno scontro, di un gioco al massacro.

Nessun massacro è però previsto in La La Land, anzi il regista punta a stemperare la muscolarità del film che lo ha lanciato con gesti romantici, sognanti, venati di melanconia, facendo conquistare il centro del palco e le luci della ribalta ai suoi due protagonisti e facendo apparire in un divertente cameo J. K. Simmons, attore di lunghissimo corso che dopo una vita di piccoli ruoli (su tutti il direttore del giornale in cui lavora Peter Parker in Spider-Man) ha conquistato l’Oscar per la parte del maestro in Whiplash.

La La Land è un musical, certo. E una commedia romantica. E anche un dramma intimista sullo scontro tra affetti e ambizioni. Di certo è un film che trabocca di citazioni e suggestioni importanti. Ma soprattutto, è un’opera di sentimenti e invenzioni cinematografiche, la conferma di un talento per nulla nostalgico o di retroguardia. Quello di Damien Chazelle.

Fonte: QUI

lunedì 27 marzo 2017

Austerlitz



Nacht und Nebel. Notte e nebbia. L’operazione di annientamento attraverso l’internamento nei campi di concentramento diede anche il titolo al memorabile documentario che Alain Resnais realizzò nel 1956. Che cosa è rimasto da raccontare, anche cinematograficamente parlando, 60 anni dopo quell’incredibile sguardo sull’Olocausto?

Sergei Loznitsa è un cineasta che proprio intorno alla struttura dello sguardo cinematografico continua a regalare opere di straordinaria potenza: a parte le parentesi di “finzione” con My Joy e In the Fog (oltre all’episodio Reflexions per il collettivo I ponti di Sarajevo), con Maidan (2014) e The Event (2015) filmò rispettivamente la recente rivoluzione ucraina e ci riportò ai giorni del golpe russo del 1991. Questa volta, partendo probabilmente da altre premesse (il titolo, Austerlitz, si rifà volutamente all’omonimo di W.G. Sebald, ed. Adelphi), si è ritrovato ad osservare come lo sguardo del presente finisca per rimanere indifferente di fronte alle tragedie della Storia.

Sì, perché se è vero che il professore di architettura che dava il cognome al titolo dell’opera di Sebald studiava quegli edifici che, “soprattutto nell’Ottocento, tendevano ad assumere forme involontariamente visionarie, sovraccarichi com’erano di significati simbolici”, Loznitsa finisce invece per immortalare – attraverso l’utilizzo della camera fissa – lo svuotamento di senso che, ai giorni nostri, caratterizza un luogo come il campo di concentramento. Che nel corso dei decenni si è trasformato da custode di indicibili orrori a meta turistica di massa: ARBEIT MACHT FREI, allora, diventa l’equivalente di un BENVENUTI A DISNEYLAND, “cartello” di fronte al quale scattarsi foto ricordo in mezzo al continuo via vai di visitatori, dove il rumore del passaggio, il chiacchiericcio della quotidianità, inquinano il silenzio della memoria.

Dapprima quasi appostata (timidamente) dietro al fogliame di un albero, la macchina da presa di Loznitsa non interferisce in nessun modo con la giornata tipo di questi luoghi “della memoria”, come a Sachsenhausen (che su TripAdvisor ha 4 stelle e mezza…), ma ne porta in superficie la tragica contraddizione: famiglie con bimbi (o cani) nel passeggino, adolescenti con magliette a dir poco antitetiche (“Cool Story Bro!”…), adulti con magliette profetiche (“Jurassic Park”…), smartphone e dispositivi per l’audioguida che si confondono alla vista, guide che con disinvoltura passano dal racconto dettagliato della morte sotto le “docce” o nei forni crematori al “se ci sbrighiamo abbiamo più tempo per mangiare”, gli orrori della storia diventano un qualcosa da immortalare per poter dire “Io c’ero! (per fortuna dopo…)”, condividendone magari sui vari social anche il lato “sdrammatizzante” (il tizio che si fa fotografare assumendo l’ipotetica posa di chi, all’epoca, veniva torturato dai nazisti).

“L’idea di fare questo film mi è venuta perché visitando questi luoghi ho sentito subito una sensazione sgradevole nel mio essere lì. Sentivo, come dire, che la mia presenza non fosse etica in posti simili”, spiega Loznitsa, che avrebbe voluto capire attraverso il “volto delle persone come ciò che guardavano si riflettesse sul loro stato d’animo. Ma non nascondo di esserne rimasto abbastanza perplesso”.

L’immagine etica e quella superflua: è anche, forse soprattutto, un film che vuole ragionare su questo aspetto, Austerlitz: quel che è certo, è che Loznitsa ci ricorda quanto il nostro rapportarci alla Storia, il modo in cui assimiliamo, “capiamo”, sia ormai viziato e massivamente distante da qualsiasi tentativo di riflessione.  E, per farlo, lascia parlare le inquadrature fisse, che rimangono libere nello spazio incidentalmente occupato dall'”uomo”.
Un film importantissimo, tra i più lucidi e al tempo stesso devastanti sulla tragedia della Shoah.

Fonte: QUI

giovedì 16 marzo 2017

Qua la zampa!



Lasse Hallstrom, già regista del fortunato Hachiko, torna a dirigere un film con al centro il più fedele amico dell’uomo. Diversamente dal titolo precedente, in Qua la zampa! a interpretare Bailey, cane protagonista del romanzo di W. Bruce Cameron (da cui il film), sono più amici a 4 zampe che si alternano, in differenti ambienti e archi temporali.

Come nel romanzo, anche nel film la storia di Bailey la si vive attraverso la soggettiva di un cane capace di reincarnarsi e di vivere esperienze diverse al fianco prima di un affettuoso bambino, poi di un  poliziotto, per poi tornare, dopo un triste periodo presso una disagiata giovane coppia, dal suo primo padrone: Ethan (Dennis Quaid nel ruolo dell’adulto). Se nella versione statunitense a prestare la voce al tenero Bailey è Josh Gad, in quella italiana troviamo Gerry Scotti. Le differenti e fedeli ricostruzioni storiche, assieme a una versatile fotografia per ciascun periodo vissuto dal cane, rimangono certamente i punti di forza di un film dall’esile e per niente originale trama, che mescola al suo interno un po’ tutti gli stereotipi canini (Beethoven, Rex, Tequila e, ovviamente, Hachiko).

I dialoghi e la soggettiva di Bailey peccano di prevedibilità e leggerezza, diretta conseguenza di una sceneggiatura piatta che non rende merito al soggetto di partenza. Bravi gli interpreti, seppur impegnati in ruoli non particolarmente impegnativi e stereotipati. Un film che diverte i più piccoli, ma che non ricorda quasi per niente la toccante parentesi con protagonista il cane di razza Akita.

Fonte: QUI

venerdì 3 marzo 2017

Riparare i viventi




Va’ dove ti porta il cuore. Dal romanzo di Maylis de Kerangal al film di Katell Quillévéré, un cuore, e due persone: un vivo che è già morto, una viva che potrebbe essere presto morta.

Il titolo, di libro e film, è splendido: Riparare i viventi, che solo apparentemente pretende di mettere una pezza o un pezzo di ricambio a noi umani, al contrario, dall’espianto al trapianto sottende una teoria di interrogativi medici, etici, persino filosofici. Il 19enne Simon (Gabin Verdet) aveva tutto, joie de vivre, una bella ragazza e il surf per passione: un incidente lo relega alla morte cerebrale in un ospedale di Le Havre; la 50enne parigina Claire (Anne Dorval) aspetta un altro cuore.

Girato con pulizia e ariosità, ben interpretato – peccato solo per il botox di Emmanuelle Seigner e forse pure di Anne Dorval… – e ben intrecciato drammaturgicamente, è un dramma empatico e confortante, buono senza buonismi: tra il dare e l’avere, andare e ricominciare, sceglie la vita senza eludere la morte, né l’ingiustizia del fato.

Simon era giovane, bello e figo, Claire è difficile, persino scontrosa: che cosa succede quando un cuore passa da un corpo all’altro? Che cosa accade quando un film ti prende il polso?

Fonte: QUI

martedì 28 febbraio 2017

Les Ogres




Forse solo in Francia è possibile concepire e realizzare un film in cui acceso vitalismo e malinconia esistenziale, joie de vivre e mal de vivre, passione e miseria siano a tal punto interconnessi da generare un amalgama omogeneo in cui tutti gli elementi non sussistono di per sé ma solo in relazione con gli altri. A ogni modo è ciò che accade in Les Ogres, scritto e diretto dalla giovane regista Léa Fehner, vincitore del Premio del Pubblico alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro.

Partendo da suggestioni autobiografiche, la giovane regista francese narra le peripezie di una compagnia teatrale che gira da un angolo all’altro della Francia per mettere in scena uno spettacolo di Čechov. La vita di per sé già irregolare degli attori, che vivono un po’ come una famiglia allargata dove ognuno sa tutto di tutti, subisce nuovi scossoni con l’arrivo dell’ex amante del regista, che scatena vecchi rancori e porta a galla rimorsi mai sopiti. A tutto questo, si aggiungono la gravidanza di una giovane attrice e i turbamenti esistenziali del primo attore, padre del nascituro. La tournée diviene dunque occasione privilegiata per un rimescolamento delle carte, per tracciare il bilancio di una vita bizzarra riempita dalle mille sfaccettature del teatro, punto di non ritorno per un nuovo inizio, con i suoi addii e le sue affascinanti novità.

I referenti possono essere tanti, dal Fellini de La Strada e di 8 e ½, al Truffaut corale di Effetto Notte, al Peter Bogdanovich dello spassosissimo Rumori fuori scena, ma in realtà la Fehner dimostra già uno sguardo personale, sicuro, corroborato da uno stile immediato e asciutto che aderisce ai volti degli attori senza dimenticare il contesto. Anche un bell’esempio di come si possa, infine, rendere omaggio al teatro e riflettere su di esso tramite il cinema senza rinunciare ai mezzi che del cinema sono propri. Due ore e venti sono oggettivamente lunghe – si poteva tagliare qualcosa, – ma questi Orchi d’Oltralpe, malinconici, rissosi, immusoniti, irrimediabilmente “francesi” ed eterni gitani della vita, sono la migliore testimonianza di come si possa, ancora e soprattutto oggi, coniugare le ragioni dell’arte (e della riflessione sull’arte) con quelle dell’intrattenimento intelligente, secondo la lezione migliore della Nouvelle Vague.

Fonte: QUI

lunedì 20 febbraio 2017

Sleepless



Vincent Downs è un agente sotto copertura della polizia di Las Vegas che, accidentalmente, si ritrova coinvolto nel furto di un carico di droga destinato ai cocalero di Las Vegas, Stan Rubino (Dermot Mulroney) e Rob Novak (Scoot McNairy). Rubino ordina così il rapimento del figlio di Downs, di soli quattordici anni, promettendo al poliziotto di liberarlo solo dopo avergli restituito la cocaina.

Adattamento del thriller francese Nuit Blanche diretto da Frédéric Jardin, la produzione statunitense non si distanzia molto, se non per location e cast, dall’originale, almeno per lo script (di Andrea Berloff). Jamie Foxx si ritrova catapultato in un action poliziesco che rimanda alla mente il supermachismo di Seagal, Schwarzenegger, Willis, Norris e chi più ne ha più ne metta. L’adrenalina sale sin dai primi minuti, tra inseguimenti, rapine e l’ambigua figura di Vincent Downs, che ci viene presentato nei panni di criminale sanguinario per poi rivelarsi un onesto poliziotto in preda a una crisi per via della sua relazione ormai finita e di un figlio diviso tra lui e la sua ex. Diretto da Baran Bo Odar, regista di Who Am I e attualmente impegnato nella serie TV targata Netflix Dark, Sleepless si muove su campi già battuti, proponendo una trama abbastanza usuale, pretesto per lasciar spazio il più possibile all’action pura. Coadiuvato da un cast di rilievo, tra cui David Harbour, Michelle Monaghan, Tip “T.I.” Harris e Gabrielle Union (già al fianco di Foxx nella commedia romantica Breakin ‘All the Rules), il nuovo Django conduce lo spettatore, in soli 90’, in una Las Vegas vista dai signori della droga, presentandoci omicidi, caos, tradimenti, corruzione, il tutto…in una sola notte. Punti vincenti del film rimangono certamente le coreografie, dirette da Jeff Imada, e la fotografia di Mihai Malaimare. In un crescendo di tensione, ci viene concesso, tra un inseguimento, una sparatoria e una scazzottata, di conoscere più approfonditamente ciascun personaggio, fattore che agevola una brusca sterzata sul finale presentando un’inversione di ruoli tra chi si credeva il malvagio e chi il buono. Non manca la prevedibilità, così come non vengono meno gli stereotipi del sottogenere e le ingenuità al fine di favorire l’evolversi di una trama tanto rocambolesca da dover necessariamente ricorrere all’elemento fatalistico. Molto divertenti i personaggi, in particolar modo i super cattivi, e il girato merita un plauso  soprattutto per la scelta stilistica di alternare inquadrature fisse e campi lunghi a primi piani e camera mobile, seguendo il ritmo serrato del plot.  Pur non presentando nulla di nuovo, Baran Bo Odar ci consegna un ottimo biglietto da visita: divertente, violento al punto giusto e adrenalinico. Per una serata all’insegna del cinema macho, con birra e sandwich, Sleepless è il film che fa per voi!

Fonte: QUI

lunedì 13 febbraio 2017

Proprio lui?



Momento molto delicato e molto pericoloso, quando i genitori di lei la raggiungono per conoscere lui, lo sposo futuro. Saperla felice è tutto, per il papà infarcito dai solidi valori del Midwest, quelli che hanno portato Trump a vincere, e che l’ha sempre vista come la pupilla dei suoi occhi. Poi, quando si raggiunge la casa dove i due già convivono, anche il cuore si apre: magione da milionario in dollari, fatti a Silicon Valley, quella di Laird. Potrebbe essere il tipo giusto. Potrebbe. Ma è invece uno sfacciato e arrogante arricchito, sboccatissimo pure e sessuomane. Proprio lui?. Sembrerebbe di sì.

Se pure ha il volto simpatico e sornione di James Franco, che sorride sempre e troppo, indiavolato in questo ruolo comico calatogli a peso sulle spalle da John Hamburg, qui regista per una storia del tutto ovvia, molto meglio come sceneggiatore di Ti presento i miei, Mi presenti i tuoi?, Zoolander, …E alla fine arriva  Polly. Sempre, comunque, storie di incontri bizzarri e quasi impossibili come questa, dove alla fine tutto si ricompone nel dolce affetto di un parentado accogliente. Dentro quel villone ne succedono di tutte: Laird con innata buona fede non ha dubbi che Stephanie sarà sua, il fratellino di lei stravede per lui, lo vede come il genio del web e dei videogiochi, il papà strabuzza gli occhi, la mamma si gode l’inaspettata agiatezza. Tutti, piuttosto sbalestratati, arrancano tra battute e situazioni che raramente rasentano una comicità intelligente. Alla berlina è messo però tutto l’impianto sociale sul quale Laird ha costruito la sua fortuna, e la solidità tecnologica della sua vita e del suo benessere.

Eccessivo quasi sempre, il filmetto non può reggersi su un attore in svendita e una serie di contrasti generazionali e sociali più che mai abusati. Ottimo quando i veri Kiss arrivano per far felice mamma e papà. Subito dopo, il matrimonio sarà ovviamente celebrato e consumato.

Fonte: QUI

martedì 31 gennaio 2017

Smetto quando voglio – Masterclass




Due anni fa l’esordio di Sydney Sibilia era stato accolto con toni entusiastici dalla critica (più pacati quelli del pubblico e 4 milioni di score finale al botteghino), bagnato da una pioggia di nomination (12 ai David) e salutato da paragoni lusinghieri e pericolosi (I soliti ignoti). Normale dunque che intorno al sequel – anzi, ai sequel: Sibilia ha girato i capitoli 2 e 3 contemporaneamente (Smetto quando voglio – Ad honorem sarà l’ultimo atto) – ci fosse molta attesa.
Ebbene, Smetto quando voglio – Masterclass vive per lo più di rendita, parco di novità e di coraggio, ma conferma l’innato senso della comicità del suo autore.

Stavolta la banda dei professori – il neurobiologo (Edoardo Leo), il chimico (Stefano Fresi), gli esperti di semiotica ed epigrafia latina (Lorenzo Lavia e Valerio Aprea), l’archeologo (Paolo Calabresi), l’economista (Libero De Rienzo) e l’antropologo (Pietro Sermonti), più un avvocato specializzato in diritto canonico (Rosario Lisma) – dovrà lavorare in incognito per la Legge al fine di smantellare il redditizio traffico di smart drugs della Capitale, al cui vertice scopriremo esserci un altro “luminare” (Luigi Lo Cascio). La polizia, nella persona dell’ambiziosa ispettrice Paola Coletti (Greta Scarano), promette loro di rilasciarli a lavoro concluso, con la fedina penale pulita. Per realizzare l’impresa si affideranno alle prestazioni di due cervelli in fuga: un anatomista di stanza a Bangkok (Marco Bonini), che si guadagna da vivere con i combattimenti clandestini, e un laureato in ingegneria meccatronica (Giampaolo Morelli) che, non trovando nulla in Italia, si è trasferito a Lagos, Nigeria, per smerciare armi low cost ai signori della guerra.

Proprio le new entries sono il punto debole dell’operazione: aggiungono poco alla sgangherata task force di cervelloni togliendo semmai spazio ai suoi battitori liberi (ci riferiamo in particolare al personaggio di Stefano Fresi, più ai margini rispetto al precedente). Altri, come Greta Scarano, faticano ad entrare negli ingranaggi narrativi della saga. Che, come detto, ritrova la brillantezza di Sibilia sia alla scrittura (sceneggiatura firmata con Francesca Manieri e Luigi Di Capua) che dietro la macchina da presa, da dove il giovane regista salernitano trasforma alcune tipiche situazioni dell’action – l’inseguimento, l’assalto al treno – in gag comiche irresistibili.

Per il resto normale routine: se la fotografia acida, fluorescente, di Vladan Radovic è ormai il marchio di fabbrica visivo dell’operazione, i sottotesti sociali (arricchiti da cervelli in fuga e da uno Stato di cui non ci si può fidare…) confermano di essere più una trovata intelligente che il tentativo di riflettere seriamente sullo stato della  ricerca e della cultura in Italia. Non che sia un male: Sibilia sa che l’inadeguatezza conflittuale tra il personaggio e l’ambiente in cui è costretto a operare è congenita alla commedia, anche alla grande, e su questa dominante continua a lavorare con risultati più che soddisfacenti. Divertendosi a infarcire le stupefacenti avventure dei suoi prof criminali con omaggi e citazioni dal cinema americano dell’infanzia (Ghostbusters, Ritorno al futuro, I Goonies). E regalando allo spettatore quasi due ore di autentica spensieratezza. Che vale sempre il prezzo del biglietto.

Fonte: QUI

venerdì 13 gennaio 2017

T2: Trainspotting


Che fine hanno fatto Mark Renton, Sick Boy, Begbie e Spud? 20 anni dopo, li ritroviamo ognuno per la propria strada. Ma la vita non sembra avergli regalato chissà quali soddisfazioni, e il ritorno di Mark a Edinburgo porterà a una reunion piena di tensioni, rimorsi, nostalgie e nuovi progetti (?) per il futuro.

Ispirandosi molto liberamente a Porno di Irvine Welsh (romanzo che raccontava le gesta dei protagonisti di Trainspotting, nove anni dopo), Danny Boyle prova a rituffarsi nella mitologia di un film che, nel 1996, segnò drasticamente l’immaginario collettivo. Ancora una volta partendo da uno script di John Hodge e riformando la squadra con i quattro protagonisti dell’epoca (Ewan McGregor, Jonny Lee Miller, Robert Carlyle ed Ewen Bremner), Boyle mette da subito in chiaro che la cifra estetica del film vuole mantenersi per certi versi fedele al prototipo, con un montaggio violento e un martellante score (affidato al Rick Smith degli Underworld, che a Trainspotting regalarono il singolo cult Born Slippy, qui accennato in un paio di situazioni), riportando a galla le caratteristiche dei vari personaggi, su tutti le insicurezze del sempre goffo Spud e gli improvvisi e incontrollabili scatti dell’iracondo Begbie.

Il senso dell’operazione, che rimane comunque godibile almeno per la prima parte, alla lunga sembra però perdere di sostanza: certo, il continuo sovrapporsi di immagini presenti e frammenti del passato contribuisce a creare questa sorta di empatia tra lo sviluppo emotivo del racconto e la percezione del ricordo nello spettatore, ma quello che manca è forse una struttura narrativa in grado realmente di giustificare il perché di questo ritorno. L’urgenza che 20 anni fa sembrava alimentare la tossica e sudicia psichedelia di Trainspotting lascia allora il campo ad una sorta di riflessione sul valore dell’amicizia contrapposto alla sete di vendetta, oltre a farci ritrovare (più imbolsiti e invecchiati) di fronte ad una sorta di specchio deformante in cui la nostalgia dei bei tempi andati (quelli in cui era forse meglio restarsene strafatti piuttosto che scegliere la vita) sovrasta la squallida e triste quotidianità del presente. Basteranno Lust for Life e un incredibile, infinito zoom out dalla stanza di Renton per non perdere di vista i treni in transito?…

Fonte: QUI