lunedì 27 marzo 2017
Austerlitz
Nacht und Nebel. Notte e nebbia. L’operazione di annientamento attraverso l’internamento nei campi di concentramento diede anche il titolo al memorabile documentario che Alain Resnais realizzò nel 1956. Che cosa è rimasto da raccontare, anche cinematograficamente parlando, 60 anni dopo quell’incredibile sguardo sull’Olocausto?
Sergei Loznitsa è un cineasta che proprio intorno alla struttura dello sguardo cinematografico continua a regalare opere di straordinaria potenza: a parte le parentesi di “finzione” con My Joy e In the Fog (oltre all’episodio Reflexions per il collettivo I ponti di Sarajevo), con Maidan (2014) e The Event (2015) filmò rispettivamente la recente rivoluzione ucraina e ci riportò ai giorni del golpe russo del 1991. Questa volta, partendo probabilmente da altre premesse (il titolo, Austerlitz, si rifà volutamente all’omonimo di W.G. Sebald, ed. Adelphi), si è ritrovato ad osservare come lo sguardo del presente finisca per rimanere indifferente di fronte alle tragedie della Storia.
Sì, perché se è vero che il professore di architettura che dava il cognome al titolo dell’opera di Sebald studiava quegli edifici che, “soprattutto nell’Ottocento, tendevano ad assumere forme involontariamente visionarie, sovraccarichi com’erano di significati simbolici”, Loznitsa finisce invece per immortalare – attraverso l’utilizzo della camera fissa – lo svuotamento di senso che, ai giorni nostri, caratterizza un luogo come il campo di concentramento. Che nel corso dei decenni si è trasformato da custode di indicibili orrori a meta turistica di massa: ARBEIT MACHT FREI, allora, diventa l’equivalente di un BENVENUTI A DISNEYLAND, “cartello” di fronte al quale scattarsi foto ricordo in mezzo al continuo via vai di visitatori, dove il rumore del passaggio, il chiacchiericcio della quotidianità, inquinano il silenzio della memoria.
Dapprima quasi appostata (timidamente) dietro al fogliame di un albero, la macchina da presa di Loznitsa non interferisce in nessun modo con la giornata tipo di questi luoghi “della memoria”, come a Sachsenhausen (che su TripAdvisor ha 4 stelle e mezza…), ma ne porta in superficie la tragica contraddizione: famiglie con bimbi (o cani) nel passeggino, adolescenti con magliette a dir poco antitetiche (“Cool Story Bro!”…), adulti con magliette profetiche (“Jurassic Park”…), smartphone e dispositivi per l’audioguida che si confondono alla vista, guide che con disinvoltura passano dal racconto dettagliato della morte sotto le “docce” o nei forni crematori al “se ci sbrighiamo abbiamo più tempo per mangiare”, gli orrori della storia diventano un qualcosa da immortalare per poter dire “Io c’ero! (per fortuna dopo…)”, condividendone magari sui vari social anche il lato “sdrammatizzante” (il tizio che si fa fotografare assumendo l’ipotetica posa di chi, all’epoca, veniva torturato dai nazisti).
“L’idea di fare questo film mi è venuta perché visitando questi luoghi ho sentito subito una sensazione sgradevole nel mio essere lì. Sentivo, come dire, che la mia presenza non fosse etica in posti simili”, spiega Loznitsa, che avrebbe voluto capire attraverso il “volto delle persone come ciò che guardavano si riflettesse sul loro stato d’animo. Ma non nascondo di esserne rimasto abbastanza perplesso”.
L’immagine etica e quella superflua: è anche, forse soprattutto, un film che vuole ragionare su questo aspetto, Austerlitz: quel che è certo, è che Loznitsa ci ricorda quanto il nostro rapportarci alla Storia, il modo in cui assimiliamo, “capiamo”, sia ormai viziato e massivamente distante da qualsiasi tentativo di riflessione. E, per farlo, lascia parlare le inquadrature fisse, che rimangono libere nello spazio incidentalmente occupato dall'”uomo”.
Un film importantissimo, tra i più lucidi e al tempo stesso devastanti sulla tragedia della Shoah.
Fonte: QUI
giovedì 16 marzo 2017
Qua la zampa!
Lasse Hallstrom, già regista del fortunato Hachiko, torna a dirigere un film con al centro il più fedele amico dell’uomo. Diversamente dal titolo precedente, in Qua la zampa! a interpretare Bailey, cane protagonista del romanzo di W. Bruce Cameron (da cui il film), sono più amici a 4 zampe che si alternano, in differenti ambienti e archi temporali.
Come nel romanzo, anche nel film la storia di Bailey la si vive attraverso la soggettiva di un cane capace di reincarnarsi e di vivere esperienze diverse al fianco prima di un affettuoso bambino, poi di un poliziotto, per poi tornare, dopo un triste periodo presso una disagiata giovane coppia, dal suo primo padrone: Ethan (Dennis Quaid nel ruolo dell’adulto). Se nella versione statunitense a prestare la voce al tenero Bailey è Josh Gad, in quella italiana troviamo Gerry Scotti. Le differenti e fedeli ricostruzioni storiche, assieme a una versatile fotografia per ciascun periodo vissuto dal cane, rimangono certamente i punti di forza di un film dall’esile e per niente originale trama, che mescola al suo interno un po’ tutti gli stereotipi canini (Beethoven, Rex, Tequila e, ovviamente, Hachiko).
I dialoghi e la soggettiva di Bailey peccano di prevedibilità e leggerezza, diretta conseguenza di una sceneggiatura piatta che non rende merito al soggetto di partenza. Bravi gli interpreti, seppur impegnati in ruoli non particolarmente impegnativi e stereotipati. Un film che diverte i più piccoli, ma che non ricorda quasi per niente la toccante parentesi con protagonista il cane di razza Akita.
Fonte: QUI
venerdì 3 marzo 2017
Riparare i viventi
Va’ dove ti porta il cuore. Dal romanzo di Maylis de Kerangal al film di Katell Quillévéré, un cuore, e due persone: un vivo che è già morto, una viva che potrebbe essere presto morta.
Il titolo, di libro e film, è splendido: Riparare i viventi, che solo apparentemente pretende di mettere una pezza o un pezzo di ricambio a noi umani, al contrario, dall’espianto al trapianto sottende una teoria di interrogativi medici, etici, persino filosofici. Il 19enne Simon (Gabin Verdet) aveva tutto, joie de vivre, una bella ragazza e il surf per passione: un incidente lo relega alla morte cerebrale in un ospedale di Le Havre; la 50enne parigina Claire (Anne Dorval) aspetta un altro cuore.
Girato con pulizia e ariosità, ben interpretato – peccato solo per il botox di Emmanuelle Seigner e forse pure di Anne Dorval… – e ben intrecciato drammaturgicamente, è un dramma empatico e confortante, buono senza buonismi: tra il dare e l’avere, andare e ricominciare, sceglie la vita senza eludere la morte, né l’ingiustizia del fato.
Simon era giovane, bello e figo, Claire è difficile, persino scontrosa: che cosa succede quando un cuore passa da un corpo all’altro? Che cosa accade quando un film ti prende il polso?
Fonte: QUI
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